Il microscopio fu inventato dagli ottici e tagliatori di lenti olandesi verso il 1590 e destò sul principio grandi entusiasmi. Le lenti venivano inizialmente assemblate con l’interposizione tra di loro di una certa quantità d’acqua. Intorno al 1610 anche Galileo realizzò uno strumento di questo tipo, ma preferì poi dedicarsi all’osservazione astronomica, che rivestiva un maggior prestigio sia nell’opinione pubblica che presso gli studiosi del tempo.

Fu un artigiano olandese, Antoni Van Leeuwenhoek (1632-­1723), impiegato presso il tribunale di Deft e scienziato dilet­tante, a sviluppare la tecnica costruttiva dello strumento. Il suo microscopio era molto semplice, basato su sole lenti tagliate con estrema abilità e permise a Van Leeuwenhoek di superare il confine fatidico dei 10­4 metri, cioè il decimo di millimetro, che rappresentava il massimo della risoluzione possibile per un occhio umano. Quello che vide lo colpì profondamente. La realtà microscopica gli si mostrò in tutta la sua multiforme composizione e Van Leeuwenhoek fu in grado di descrivere sia i microrganismi che affollavano con la loro presenza poche gocce d’acqua stagnante, che l’esistenza nel sangue dei globuli rossi.

Purtroppo, dopo poche decine di ingrandimenti le lenti del tempo mostravano due difetti irrisolvibili. Nei soggetti osservati, animali o vegetali che fossero, si manifestavano degli aloni di luce di vari colori e questo difetto prese il nome di aber­razione cromatica. Si verificavano inoltre deformazioni e distorsioni degli oggetti ingranditi dipendenti dal grado di cur­vatura delle lenti ed a questo secondo effetto negativo fu dato il nome di aberrazione sferica.

A causa di questi limiti il micro­scopio non riuscì ad uscire dai confini di una curiosità tecnica, quasi sempre priva di ricadute pratiche affidabili se si eccettua­no le osservazioni di Robert Hooke (1635­-1703), che studian­do al microscopio la struttura del sughero ebbe l’intuizione della presenza delle cellule come entità costitutive degli organismi viventi. Il risultato fu che quest’invenzione venne abbandonata come possibile strumento d’indagine scientifica fino alla prima metà del XIX secolo, quando vennero risolti i problemi tecnici dovuti alla scarsa qualità delle lenti. Si iniziò allora ad impiega­re il microscopio per collegare le modificazioni non visibili ad occhio nudo che si verificavano nella materia vivente alle gran­di alterazioni patologiche presenti nell’osservazione clinica ed anatomica diretta del malato e in seguito all’esame autoptico.

Redazione ATBV

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