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analfabetismi

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C’è, da un paio di giorni sul sito Le parole e le cose, una lunga intervista a Tommaso Di Dio, a proposito di scuola. L’ho letta e riletta, ieri pomeriggio, ieri sera, stamattina. E, ogni volta che la rileggevo, pensavo: sì, è molto bella, sì, è tutto vero, sì, ha ragione in tante cose, in quasi tutte le cose, sì però: però, cosa vuoi che gliene importi ai cardiologi di queste riflessioni sulla scuola, sulla cultura che non si fa più a scuola, sulla poesia che non si legge a scuola, sull’arte che a scuola non ha più nessun tipo di spazio o di senso…

Ma come avete ben capito, non è bastato. E sono qui a proporvi questa intervista sulla scuola e la cultura e a proporvi proprio solo questa, nient’altro. Perché, dopo tante letture e riletture ed esitazioni, continua a sembrarmi utile, bella, interessante, per chiunque, non solo per chi lavora nella scuola o in un’unità coronarica, anche per tutti gli altri, che per caso passano ogni tanto da qui. È lunga, lo so. Ed è pure difficile, in alcuni passaggi, so anche questo. E però dice alcune cose che, per il tramite di quello che avviene o non avviene a scuola, parlano ampiamente del nostro quotidiano nazionale, forse internazionale, parlano di noi, dei nostri figli, forse del nostro futuro.

E per esempio potreste leggere come inizia Tommaso Di Dio (trovate tutto qui):

A me pare che, sempre con più forza, chi provi a fare cultura (se con questa parola intendiamo il lavoro di coloro che provano a trasformare se stessi e la propria consapevolezza), sia tendenzialmente tenuto a distanza dalla scuola. Si cercano sempre più i produttori di prodotti, si cercano gli informatori, gli esperti: i professionisti. Due cose, la perizia e le informazioni, che non hanno nulla a che fare con l’essenza della cultura: che è la capacità (e il coraggio) di essere in crisi e di costruire così una dimensione dell’agire e del pensare che non sia ripetizione meccanica, ma consapevolezza. Questa dimensione non trova posto nella scuola se non per la buona volontà dei professori, per l’incontro fortuito e del tutto casuale con qualcuno che ha cuore la vita umana e sa, magari, anche, coltivarla. Spesso, se un professore prova a far entrare la sua domanda, la sua interrogazione dentro la scuola, deve farlo a titolo puramente personale: come fosse una propria fissazione, una specie di malattia. Viene guardato male, con sospetto. La scuola accetta soltanto ciò che è rassicurante, certificato e normato, solo informazioni ed esperti: ovvero, solo ciò che è già preventivamente pensato e adattato per la scuola.

Badate bene: sono parole durissime, se ci pensate. Sono un atto di accusa e di autoaccusa di grandissima forza e importanza. Dicono del lavoro che stiamo facendo (Tommaso Di Dio insieme a me e a migliaia di altri come lui e come me), ma dicono anche del lavoro che voi state sopportando che noi facciamo, che voi accettate che noi facciamo, che voi nemmeno sapete che noi non facciamo più, purché tutto sommato non vi disturbiamo troppo… E allora leggete anche qui, se avete tempo:

Ma il problema non è il mio imbarazzo, figurati. Il problema è politico. Quelle competenze simboliche danno accesso ad un livello di informazione e di riflessione che è prezioso per comprendere i messaggi impliciti della pubblicità, dei leader politici, dei contratti di lavoro, ecc.: se non li possiedi, sarai un lavoratore fragile, un cittadino dimidiato. Per non parlare della questione relazionale: conoscere il linguaggio dell’arte significa allenare l’empatia, ovvero la capacità di sintonizzarsi su di un’emozione altrui, saperla fare propria anche se non nasce dal proprio sé. I ragazzi per lo più non sanno farlo, nessuno li allena a farlo. Ci lamentiamo quando sentiamo i casi di violenza, i femminicidi e i reati transfobici, l’odio immotivato per gli immigrati e i diversi: ma qualcuno ha insegnato ai ragazzi a sentire con profondità le emozioni di una vita che non è la loro? Nessuno, Massimo, nessuno. Quando vedono sui loro schermi l’immagine di un barcone rovesciato, con i bambini affogati che affiorano dalle onde, non sentono nulla: questo è il problema fondamentale di cui nessuno parla. Lo chiamerei “analfabetismo simbolico”.

E io aggiungerei anche un’altra domanda: ma questa incapacità di «sentire in profondità le emozioni di una vita che non è la loro» non diventa e non nasce dall’incapacità, ancora più terribile, di non sentire le proprie emozioni, di non avere le parole per i propri sentimenti, di non sapere dare un contorno a quello che provano mentre vivono la loro propria vita, le loro proprie sconfitte?

Ecco, non ho saputo staccarmi da questa intervista, negli ultimi giorni. Perché ci ho trovato dentro tantissime cose della mia vita e del mio lavoro (e anche altre che non mi appartengono: ho sempre insegnato nei licei, è una realtà in parte diversa, con peculiarità differenti), ma soprattutto perché ci ho trovato dentro alcune parole perfette per dire quello che a scuola, da tanti anni, non accade più. E che noi, stolidamente, cieche marionette mosse dalla burocrazia e dalle calendarizzazioni amministrative, continuiamo imperterriti a far finta che accada.

Davide Profumo
Davide Profumo
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