al centro di noi

Mi fa piacere, nonostante la domenica inviti forse alla meditazione asciutta e pensosa, mi fa piacere invece provare a segnalare qualcosa di meno meditativo e più incisivo, qualcosa che possa in qualche modo guardare oltre i vetri delle finestre da cui sbirciamo per parlare di ciò che sta intorno. Inizio con un post di qualche giorno fa, che parla di una ragazza e di qualche sorriso nelle sue foto su un social network e del male che quei sorrisi hanno infine portato senz’altro a lei e mi pare anche a noi. È un post che ci parla in realtà di quello che siamo e della nostra civiltà giuridica, vale a dire una delle più grandi conquiste del nostro cammino, come si dice, millenario. E proprio per questo anche difficile da conservare e proteggere, questa conquista, e necessariamente preziosa e delicate e complicata, lo so anche io, non avrete bisogno di farmelo notare. Il post è qui e dice così:

 

Ma la pena non è una vendetta dello Stato, né dovrebbe essere la vendetta delle vittime e dei loro familiari. Lo Stato esercita la propria autorità e si fa carico di giudicare, condannare ed eseguire la pena secondo le regole del nostro ordinamento, ma senza interferenze, tantomeno da parte dell’opinione pubblica. La pena e la sua esecuzione non spettano al popolo che, però, ha sempre cercato di influenzarli, per questo la sottrazione del reo all’opinione pubblica è un progresso a cui non sarebbe il caso di rinunciare.

 

C’è poi un altro tema a cui penso e a cui cerco qualche risposta, da diversi mesi, da quando i morti ce lo hanno con violenza imposto: il tema delle periferie europee, quelle di Parigi e di Bruxelles naturalmente, ma anche quelle delle nostre città, Milano per esempio, che mi è così cara e vicina, e anche Roma o Napoli e Palermo. Le periferie come centro di una vita che ancora ci sorprende, perché forse non l’abbiamo saputa pensare, le periferie che rimangono lontane dalla cosmesi depilatoria che ha investito invece tutti i nostri centri storici, così europei e crocieristici e ryanair, mentre le periferie no, più luoghi del centro, forse unici veri luoghi. Non ho mai capito bene cosa dire di questo argomento, ma ho trovato un’intervista a Gianni Biondillo (scrittore che, vi confesso, non ho mai amato) e l’ho trovata interessante e piena di possibili spunti per una riflessione sul nostro modo di vivere ai bordi dei centri artefatti delle città. Ve ne riporto due passaggi, il primo sul concetto stesso di immigrazione (di seconda generazione), il secondo sulla gestione dei ghetti periferici per come è avvenuta in Francia e per come sta avvenendo da noi. Ma tutta l’intervista merita un piccolo momento della vostra domenica, e la trovate qui.

 

Io faccio di cognome Biondillo e sono figlio di un campano e di una siciliana, quindi il classico figlio del boom economico. Sono nato a Milano da due genitori che sono venuti a Milano, che si sono conosciuti a Milano e sono milanese fino al midollo, e quando vedo che i compagni di classe stranieri delle mie figlie vengono identificati come immigrati di seconda generazione mi viene da ridere. È come se io venissi definito come meridionale di seconda generazione. È ridicolo. E così capisci che spesso i ghetti sono definizioni, parole, racconti. I ghetti iniziano nella testa.

 

La nuova immigrazione in Italia non ha avuto una gestione politica dal punto di vista dell’emergenza abitativa. E quindi si è infilata dove le è capitato. A macchie. Non ha formato quartieri ghetto, anche se ha generato tantissime situazioni di degrado sociale. Quindi, proprio per questa capacità tutta italiana di fare le cose a caso, senza programmare e senza pensare al lungo periodo, ci siamo ritrovati con una situazione molto meno esplosiva di quella francese o di quella belga. In quei paesi la struttura centralista è molto forte e il centro comanda per davvero, i quartieri sono etnicizzati — c’è il quartiere dei filippini, quello dei maghrebini, quello dei pakistani — è una vera e propria ghettizzazione.

 

E infine il referendum, naturalmente, ci mancherebbe altro. Ma più che il referendum (ognuno ha una sua idea, ormai, ce l’ho anche io, ne parleremo magari tra qualche giorno) la necessità o meno di uscire di casa, oggi. E quindi l’astensione e la non astensione, la partecipazione e la non partecipazione, il quorum e il quia. Ecco, io ho trovato abbastanza equilibrate le parole di Mauro Piras, nel suo lungo articolo sulla natura della democrazia rappresentativa, magari voi ne avete lette altre, non lo so. Quello che mi pare di poter pensare, oggi, con la fatica che mi costa questo pensiero, che non è poca, perché sono cresciuto pensando altro, pensando come Gaber, è più o meno questo:

 

Il cittadino di una democrazia liberale (cioè rappresentativa) ha tutto il diritto di disinteressarsi alla politica. La libertà che questo tipo di regime politico difende non è, con buona pace di Gaber, solo “partecipazione”, ma è anche tante altre cose: libertà religiosa, libertà di scegliere la propria professione, di scegliere le proprie relazioni personali e affettive, di avviare attività economiche, di muoversi, di dedicare la propria vita a quello che si vuole, libertà di associarsi, di promuovere iniziative, di combattere contro i mali del mondo, di fare volontariato, di fare politica ecc. E anche libertà di non fare proprio niente, di starsene svaccato davanti alla televisione a sgranocchiare patatine. Non possiamo girarci intorno: per l’individualismo moderno la libertà non è tutelata se non è tutelata l’indipendenza della vita privata dalla politica e dalla coercizione sociale. E quindi anche la possibilità di disinteressarsi alla politica.

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Davide P.
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