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Ah liber porch, fioeul d’ona baltrocca!

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Se avrete pazienza (ci vuole pazienza per molte delle cose più belle che stanno al mondo; per la letteratura, che è spesso lontana da noi, dal nostro quotidiano, e spesso parla una lingua non immediatamente comprensibile e si nasconde dietro ritratti un po’ austeri, dietro atmosfere apparentemente polverose, ce ne vuole anche di più), se avrete dunque pazienza (perché la letteratura e la poesia fingono spesso di essere dove non sono, e questo, lasciate che lo confessi, fa spesso perdere la pazienza anche a me), ma avendo pazienza, potreste scoprire, in una domenica che forse altrimenti passerebbe invano, un ritratto di un grande poeta che io scommetto che avete dimenticato (sempre che a scuola lo abbiate studiato, ché non è detto: da molti anni non lo si studia più, forse non lo si nomina neppure).

Se dunque avrete quel briciolo di pazienza che le scoperte letterarie (anche quelle minime) richiedono, potrete oggi leggere un bel ritratto di Carlo Porta, che fu grande poeta in dialetto milanese quando ancora l’italiano non esisteva se non sui libri, che fu amico di Alessandro Manzoni, che fu sodale di altri grandissimi milanesi dell’inizio dell’Ottocento (volete qualche nome? Tommaso Grossi, Silvio Pellico, Ludovico Di Breme e molti altri), quando Milano si sentiva il centro della nuova cultura, il romanticismo, e che fu anche (visto che ci piacciono le ricorrenze e visto che ci pare che i poeti si rincorrano davvero nelle celebrazioni del presente) traduttore di Dante, cioè traduttore della Commedia di Dante in dialetto milanese.

Il ritratto lo ha scritto Gino Cervi, qualche giorno fa, per la rivista Doppiozero (lo trovate qui). Racconta di un uomo che fu poeta autentico, forse più poeta che letterato, e dice a un certo punto una cosa molto interessante (e vera) sulla lingua che parliamo oggi e che oggi abitiamo e che quindi (attraverso di noi) parla e ci parla. Questa:

Porta aveva scelto il milanese, e non l’italiano, per due motivi. Il milanese a quel tempo era una lingua viva, una lingua funzionale alla vita pratica, anche a diversi livelli sociali: era parlata, con sensibili varianti, dal popolo come dagli aristocratici – che avevano talvolta l’alternativa del francese, più che dell’italiano –, era usata per ogni esigenza e funzione quotidiana del lavoro, degli affari, della comunicazione, almeno nella sua versione orale. Proprio per questa sua vitalità era dunque una lingua o – se si preferisce metterlo in relazione all’italiano che restava però confinato all’uso ufficiale e scritto, e alla letteratura – un dialetto straordinariamente ricco (per definire la differenza tra una lingua, ufficialmente adottata da uno Stato, e un dialetto, che uno Stato non ha – il caso del milanese di inizio Ottocento – il linguista tedesco Max Weinreich sosteneva che “una lingua è un dialetto con un esercito e una marina”).

E’ un passaggio cruciale, perché ci spiega un po’ di quelle cose misteriose («i panni in Arno», ve li ricordate?) che siamo spesso costretti a dire di Alessandro Manzoni e del suo romanzo (magari senza neppure capirle bene); e ci spiega anche alcune cose della lingua così letteraria che adesso parliamo e scriviamo, quando siamo a scuola ma anche quando stiamo qui sul web; e dei dialetti che invece parliamo quando siamo a casa o per strada; e quindi finisce per riportarci alle nostre origini (tutto ci riporta sempre alle origini, solo che le origini non le troviamo mai davvero), e cioè a Petrarca, che quella lingua ha congelato, e prima di ancora di lui a Dante, che quella lingua in qualche modo ha cominciato a inventare.

E forse è per quello che ogni volta che io penso a Carlo Porta (come ho fatto stamattina, grazie a questo bell’articolo) penso alla lingua che parlo (e che quindi abito, e che quindi mi parla e in qualche modo mi possiede mentre parlo) e a quella incredibile traduzione che Carlo Porta provò a fare della Commedia di Dante (si trova tutta su wikisource), senza riuscire a finirla, senza nemmeno tradurre un canto per intero. Ma lasciandoci, questo sì, un piccolo gioiello nascosto, che ho sempre amato tantissimo, fin dalla prima lettura di tanti anni fa: i versi con cui tradusse il canto di Paolo e Francesca. Quelli non li posso dimenticare mai, quelli sono più di ogni altra divulgazione, quelli sono forse la celebrazione più bella a cui possiamo abbandonarci nell’anno dantesco (che è anche il duecentesimo anno dalla morte di Carlo Porta, per gli amanti delle rincorse…) Eccone qui, un passaggio:

Leggevem on bell dì per noster spass
i avventur amoros de Lanzellott;
no gh’eva terz incomod che seccass,
stoo per dì s’avarav poduu stà biott;
e rivand in del legg a certi pass
ne vegneva la faccia de pancott
e i nost oeucc se incontraven, come a dì
perché no pomm fà istess anca mì e ti?
 
Ma quand semm vegnuu al punt che el Paladin
el segilla a Zenevra el rid in bocca
cont el pù cald e s’ciasser di basin,
tutt tremant el mè Pavol me né imbocca
vun compagn che ’l ne fa de zoffreghin.
Ah liber porch, fioeul d’ona baltrocca!
Tira giò galiott che te see bravo:
per tutt quell dì gh’emm miss el segn, e s’ciavo!

Davide Profumo
Davide Profumo
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