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acqua

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Che si celebri un poeta a secoli di distanza è raro, significa che quel poeta cha lasciato tracce indelebili, che non è morto, che ancora ci sa parlare. Che si celebri una singola poesia, a duecento anni di distanza, è addirittura rarissimo, talmente raro che non trovo altri esempi: se non appunto quello dell’Infinito di Giacomo Leopardi, che ricordiamo quest’anno. E visto che lo ricordiamo, significa che è stato importante; e visto che è così importante, sarà almeno il caso, secondo me, di usare qualche minuto dei prossimi mesi a capire perché. Perché lo ricordiamo.

 

E non mi riferisco alla manifestazioni più o meno improvvisate, più o meno inutili, più o meno insensate che piovono sulla scuola italiana anche in occasione di questa celebrazione (povero Giacomino, chissà come si sentirebbe lui, nelle mani di un secolo così superbo e sciocco, così più superbo e sciocco di quello che a lui pareva già tale…). Mi riferisco invece al testo, ai versi, all’Infinito vero e proprio, quello che rischieremo, come in ogni celebrazione che si rispetti, di non rileggere nemmeno, perché il resto (il contorno, le polemiche, le manifestazioni) diventerà più importante.

 

Per cui, visto che sarà quasi necessario farlo, comincio oggi. E vi propongo una strana riflessione sulla poesia di Leopardi che ho trovato qualche giorno fa in rete grazie alla penna di Nicola Bottiglieri, il quale è andato fino a capo Horn, il sud più a sud del mondo che abitiamo, e lì ha forse trovato la sua siepe: il punto da cui immaginare lo spazio interminato, il silenzio, il punto in cui il vento stormisce immensamente e l’oltre si fa, quasi per miracolo, visibile. Potete leggere le sue righe qui:

 

A quel punto il vento come un colpo di martello cadde, il mare si spianò come se un ferro da stiro l’avesse stirato, gli albatros richiusero le ali e la pioggia si inscatolò nella botte del dio delle piogge. Cominciai a recitare con le mani in tasca, anzi per rendere più plausibile il terzo verso le ginocchia si piegarono un po’, ficcando ancora più in dentro la testa nel fosso, fino ad avere davanti agli occhi un arbusto spinoso che faceva le veci della siepe di Recanati. Senza nessuna pietà verso me stesso, recitai a perdifiato…

 

Non è una lezione, né un’interpretazione, né una lettura critica. È forse solo una poesia «rivissuta», un modo per rileggere davvero quei versi, per risentirne la forza giovanile e intemperante, l’energia (nessun poeta più giovanilmente energico di Leopardi, in tutta la nostra storia letteraria: almeno questo mi permetto di dirlo). E soprattutto mi hanno fatto ripensare a un dettaglio, che nei commenti all’Infinito non mi è mai capitato di trovare evidenziato. La poesia, quella poesia che tutti conosciamo e che quest’anno vogliamo celebrare, a un certo punto, alla fine, negli ultimi due versi si riempie d’acqua. Si allaga. Prima niente: prima è solo aria, vento, suoni e immaterialità. Poi, alla fine, quando precipita nel nulla che temeva e desiderava, in soli due incredibili versi, tutto diventa acqua, naufragio, annegamento, mare. In quel punto il poeta si perde, nell’acqua; e anche noi ci perdiamo, nell’acqua. E forse non significa nulla, ma è una specie di capo Horn della letteratura. Più oltre non c’è niente.

Davide Profumo
Davide Profumo
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