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accecati dal giallo

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C’è un delitto, che si rivela complesso e sfuggente. La polizia arranca, innocenti vengono messi in mezzo. Entra in campo un investigatore privato, dotato di straordinarie abilità logico-deduttive grazie alle quali saprà risolvere l’enigma, individuare il colpevole, scagionare gli innocenti. E questo schema narrativo si traduce perfettamente anche in termini ideologici: il fatto criminale rappresenta una violazione dell’ordine, uno strappo nel tessuto della realtà che ha bisogno di un’indagine razionale per essere ricucito, perché il disordine venga sanato.

Lo schema narrativo è insomma questo, niente di più (niente di meno). Lo racconta con queste precise parole Jacopo Bulgarini d’Elci, stamattina, su «Doppiozero» e mi pare che non ci sia davvero niente da aggiungere. Se non che, come fa Bulgarini d’Elci, questo è uno schema che si può far risalire a detective lontani dal nostro presente: a quello di Agatha Christie, per esempio, o a quello di Sir Conan Doyle, che fu medico, o, ancora più su, a quello di Edgar Allan Poe, che è stato il padre un po’ di tutti coloro che sono arrivati dopo.

Ecco, appunto, il dopo. Il dopo (per quanto riguarda il canone del romanzo giallo e dei suoi detective, per lo più privati) è quello che in poche righe tratteggia questo articolo, che ci conduce fino ad alcune delle migliori serie tv di indagine degli ultimi anni (io sono un fan di True Detective, non se l’ho mai detto). Ed è un articolo (lo trovate qui) di ottima fattura e di potentissima sintesi, che racconta la storia di un genere così contemporaneo, che si è nel frattempo (mentre noi lo leggevano, cercando un colpevole) sfaldato, rivelandoci una realtà assai più complessa, la nostra, raccontandoci un mondo senza innocenti e con troppi colpevoli, mutando se stesso perché mutava il modo in cui ogni detective (privato, per o più) poteva guardare alla realtà.

Se la cultura è un codice di massa per interpretare e leggere e digerire la realtà, forse, allora, nella costante rielaborazione che fa dei propri miti e delle proprie figure archetipiche, il detective di oggi è un po’ come lo sciamano, o il mago, o il sacerdote, o in certe culture il re taumaturgo, di ieri. Chiamato a fronteggiare le forze oscure che minacciano la stabilità del mondo e l’ordine sociale, a combatterle, a cercare di confinarle o di esorcizzarle. Ma – ed ecco la trasformazione – lo sciamano di ieri scopre, oggi, di non essere separato dal mondo, e che il mondo è infestato di demoni. Che l’ordine una volta violato non può essere ristabilito facilmente. Che la ricerca può letteralmente consumare tutta un’esistenza, domandare in pegno la vita, o l’anima, reclamare la sanità mentale. Scopre che i demoni non sono solo fuori, sono anche e soprattutto dentro: dentro il suo mondo, dentro la sua stessa casa. E scopre che lui, l’investigatore / sciamano, non è soltanto attore e parte in causa di questo conflitto: ma che è lui stesso terreno di battaglia, posta in palio nella guerra che si combatte. E da questa guerra non si esce senza cicatrici.

È a questa conclusione che giunge infine Bulgarini d’Elci, in chiusura al suo breve saggio sui romanzi gialli, quelli che tanti di noi amano molto. Una chiusura essenziale e inevitabile, che è però prima passata attraverso un altro lontano archetipo dell’indagine, un testo remoto, un personaggio sprofondato nell’antichità del mito, tanto da saper dare alla storia del genere poliziesco sfumature esistenziali che forse non avevamo previsto. Lo trovate nel suo articolo, questo antenato di tutti i nostri detective più o meno privati. Qui non lo scrivo (vi ho lasciato solo un indizio, nel titolo, è ovvio): sarebbe uno spoiler troppo sfacciato, non si fa quando ci sono di mezzo un’indagine, un delitto, tanti innocenti (…), un solo sfuggente colpevole…

Davide Profumo
Davide Profumo
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