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Abû Alî al-Husayn Ibn Sînâ o Avicenna (vissuto fino al 1037)

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Originario dell’odierno Uzbekistan, era nato a Bukhara intorno all’anno 980, Avicenna divenne in giovane età il più celebre e ammirato medico del tempo. Il suo Canone di Medicina veniva ancora letto e studiato nelle università europee più importanti, come quelle di Montpellier e Bologna, all’inizio del XVIII secolo. Tuttavia la medicina rimase per Avicenna solo uno dei suoi molteplici interessi. La sua ambizione intellettua­le maggiore era costituita dalla filosofia, in cui spaziò dalla teo­ria della conoscenza nello studio della natura, alla metafisica e alla psicologia, cercando di conciliare l’influenza del trascen­dente di origine platonica con la razionalità della visione aristo­telica del mondo. La razionalità era necessaria ad affrontare con determinazione i problemi posti dalla pratica medica e dall’in­contro con la malattia.

Nel pensiero di Avicenna era presente il tentativo di spiegare la conoscenza scientifica come un accordo tra la tradizione dell’antica Grecia di Ippocrate, Aristotele e Galeno con la rivelazione coranica. Il dibattito acceso tra i sostenitori dell’aderenza ad una filosofia naturale che potesse armonizzarsi con gli insegnamenti del Corano e con l’assoluta onnipotenza di Dio e coloro invece che appoggiavano una visione più autonoma della natura, derivata in parte dalla con­cezione aristotelica, si protrarrà per tutto il Medioevo musul­mano.

I primi, appartenenti alla Scuola asharita, nata nel IX secolo ad opera di Abû’l-Hasan al­-Ash arî, utilizzavano un particolare connubio tra la tradizione coranica, basata sul concetto dell’assoluta onnipotenza di Dio, insieme all’atomismo greco di Democrito ed Epicuro. Per questi filosofi la realtà materiale consisteva nella presenza di una serie infinita di atomi indivisi­bili, la cui interazione costituiva la sostanza delle cose. Gli atomi e il loro destino o accidente, venivano creati di continuo da Dio, per un suo imperscrutabile volere e fine. Essi esisteva­no per un istante soltanto, dal momento che la creazione, avve­nuta dal nulla (ex nihilo), si manifestava senza sosta, modellan­do la realtà secondo l’onnipotenza divina. Ad ogni accidente corrispondeva un accidente opposto (morte e vita, bene e male, caldo e freddo, ecc.). Non era presente alcun legame diretto tra questi, perché il volere divino era l’unico arbitro nel loro verifi­carsi. Gli esiti di questo determinismo sovrannaturale, imper­scrutabile e libero da ogni condizionamento erano precisi. Anche se a volte era possibile scoprire una qualche regolarità nel succedersi degli accidenti, Dio poteva, in qualsiasi momen­to, infrangere questa regola e sostituire una sequenza di acci­denti con un’altra, a sua totale discrezione. L’intervento divino rivestiva le caratteristiche del miracolo, vale a dire che poteva consistere in una semplice variazione nella sequenza temporale delle cose, priva di ogni connotazione causale, dal momento che tutto ciò che era pensabile nella mente di Dio diventava per questo possibile.

La negazione del principio stesso di casualità venne fatta propria da una parte importante del pensiero islamico e per molti assunse la connotazione di un articolo di fede. La sequen­za tra causa ed effetto venne sostituita da quella di connessione degli accidenti. Questa relazione affermava l’esistenza di un volere divino che disponeva di ogni cosa. Voler comprendere la natura attraverso le cause dei fenomeni poteva essere pertanto tacciato di eresia. Si trattava dell’eresia detta appunto delle cause, secondo alcuni teologici musulmani, perché questo atteggiamento costituiva un’inferenza blasfema nei confronti della imperscrutabile volontà di Dio. A questa visione fideisti­ca dell’interpretazione del reale, basata essenzialmente sull’ab­bandono all’onnipotenza di Allah e alla sua unicità, si contrap­pose parzialmente una seconda corrente di pensatori musulma­ni. L’esponente più importante di questa fu Ibn Rushd, un filo­sofo celebre in Occidente con il nome latinizzato di Averroè (1126­-1198). Questi riteneva che la saggezza degli antichi filo­sofi greci fosse una eredità preziosa e si sforzava di accordarla con il Corano. Avicenna, portato alla mediazione, conservò una particolare sensibilità mistica. Per questo motivo e per superare attraverso la fede delle possibili incongruenze, Avicenna ricor­se ad una visione della realtà di tipo neoplatonico, attenta al tra­scendente. Un punto di arrivo lungo un percorso epistemologi­co che perveniva alla consapevolezza dell’influenza divina come ragione ultima del tutto.

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