Nel capitolo Il canto di Ulisse, Primo Levi racconta del suo tentativo d’insegnare un po’ d’italiano al suo compagno di prigionia Jean, soprannominato Pikolo. Hanno a disposizione solamente un’ora, e Levi decide di prendere a esempio il canto XXVI dell’Inferno di Dante, il canto di Ulisse. Levi comincia a recitare e tradurre il canto, ma si accorge presto di ricordarlo solo in maniera frammentaria. «Che Pikolo mi scusi, ho dimenticato almeno quattro terzine». Le terzine dimenticate in realtà sono di più, e Nicola Gardini, nel suo Lacuna. Saggio sul non detto, ricostruisce il canto di Dante mostrando cosa Primo ricorda e cosa no.

Eppure, fra un vuoto di memoria e l’altro, Levi si accorge per la prima volta di certi aspetti di quei versi: «Dovevo venire in un lager per accorgermi che…». Pikolo si accorge che Primo è in difficoltà, ma si accorge anche di quanto quello sforzo di rimemorazione stia facendo bene a entrambi. Sia Jean che Primo trovano in quei versi un senso, per quanto fugace e volatile, alla loro presenza in quel luogo di morte: spinto da quelle parole, Primo ripensa alle montagne piemontesi che vedeva lontane mentre tornava a Torino in treno, Pikolo a quel mare in cui ha tanto navigato. Quei versi diventano per i due prigionieri allo stesso tempo un appiglio di salvezza e una reazione, quasi una protesta, alla situazione che stanno vivendo. Ne è valsa la pena, se Levi, a proposito di quell’episodio, arriva a scrivere: «Per un momento ho dimenticato chi sono e dove sono».

 

Se avete un quarto d’ora di tempo da dedicare a voi stessi, tra oggi e domani (e se non lo avete, mammamia, preoccupatevi però, fidatevi di me…), se lo avete, potreste secondo me dedicarlo alla lettura di questo breve ma intenso saggio sul rapporto tra poesia e prigionia, tra letteratura e lager. È un bel saggio, pieno di idee e di malinconia e di piccole speranze di salvezza, come quella che riguarda Primo Levi e che avete appena letto poco sopra. Vi si dice che la poesia è il nostro sguardo di prigionieri del male, sia esso un male umano o metafisico; vi si dice che la letteratura è quel poco di risposta che riusciamo a dare, magari stentando, magari mangiandoci le parole, magari inarcando le sillabe una sull’altra; vi si dice insomma che la poesia è quel poco di oblio che, a tratti, in incerti prodigiosi istanti, riusciamo a prenderci tutto per noi. È insomma quel quarto d’ora che togliamo al resto, all’inferno, alla giostra dolorosa, al ballo disperato, e dedichiamo a noi stessi, dimenticando il male.

 

[Dietro queste poche righe di oggi c’è una poesia di Montale i cui versi, da anni, mi perseguitano. I più scaltri sanno già quale possa essere; i più distratti potranno leggerla per esempio qui. È una poesia bellissima.]

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Davide P.
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