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a cosa serve Gadda

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Se la domenica fosse per voi avara di tempo, perché avete in programma una bella passeggiata autunnale, e il numero massimo di pagine a cui potreste dedicarvi con diletto non dovesse oltrepassare il numero di cinquanta, ecco, io credo che l’appena ripubblicato volumetto sulle Norme per la redazione di un testo radiofonico che Carlo Emilio Gadda scrisse diversi decenni or sono potrebbe essere la lettura che oggi fa per voi.

 

Intanto perché si tratta di un testo d’autore, che è caratteristica non disprezzabile in tempi incerti come quelli che ci è dato di vivere (domeniche comprese). E poi perché le sue pagine, ancorché numericamente esigue, sono dense di rilievi linguistici fondamentali, a volte dimenticati (nella fretta del giorni che trascorrono) altre volte deliberatamente e colpevolmente da noi stessi sottovalutati. Ne trovate infatti una nuova edizione appena pubblicata e diverse recensioni, tra le quali mi è sembrato bello segnalarvi questa, di Salvatore Silvano Nigro, che a un certo punto dice così:

 

Ma tutto questo avrebbe ben poco di Gadda, se nel manualetto non si avvertisse la consueta «corrotta sapienza» linguistica del grande scrittore che sapeva come molestare con il falsetto l’irritante accademismo. Ne è esempio eclatante questo brano: «Non v’ha chi non creda che non riuscirebbe proposta inaccettabile a ogni persona che non fosse priva di discernimento, il non ammettere che si debba ricusare di respingere una sistemazione che non torna certo a disdoro della Magnifica Comunità di Ampezzo». O quest’altro: «Il veleno del dubbio e per contro il timore del peggio si erano insinuati fin dal vecchio tempo, e in ogni modo dopo il recente conflitto, non forse nell’insicuro pensiero ma certo nel tremante cuore del popolano di borgo e del valvassore di castello in tutto il territorio», con quel cha ancora sfacciatamente segue.

 

Esaurite le taglienti considerazioni del manualetto, potrebbe darsi che vi salisse in cuore (siamo pur sempre tra cardiologi, no?) il desiderio di tornare su alcune delle pagine migliori che Gadda ci ha lasciato in eredità dal lontanissimo Novecento. E allora sarebbe mio dovere ricordarvi che tra pochi giorni uscirà una nuova edizione dei uno dei capolavori gaddiani, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, che si avvale di nuove carte autografe recentemente ritrovate, e che potrebbe essere una delle uscite editoriali più interessanti di questo autunno del 2018.

 

Ma potreste anche non fermarvi qui (e la passeggiata domenicale se ne sta svanendo, però…) Perché ho letto anche un lungo articolo, oggi sul web, che mi ha fatto un po’ riflettere e che forse potrebbe far riflettere anche voi. Prende spunto proprio dalla Norme gaddiane, da cui anche noi siamo modestamente partiti, lo ha scritto Tiziano Bonini, e dice una cosa che pure a me era parsa subito ovvia:

 

Ma detto questo, a cosa ci serve rileggere oggi questo libro? La radio di Gadda è morta, o quasi, la maggior parte della programmazione radiofonica non si basa più su un testo scritto ma sull’improvvisazione orale dei conduttori e soprattutto, oggi l’informazione ha preso a circolare anche altrove, lontana dalla radio.

 

Ecco mi pare invece che Bonini dia una risposta piuttosto persuasiva alla consueta (e insopportabile) domanda: a cosa ci può servire leggerlo? A partire dal capoverso successivo, per esempio:

 

Il testo di Gadda può essere letto come una riflessione generale sui processi di “editing” e gatekeeping di ogni lavoro editoriale che preveda, come prodotto finale, la pubblicazione di un testo. Il testo di Gadda è un testo sulla natura dell’editore, su cosa significa fare l’editore, cioè imporre delle norme alla forma che un testo deve prendere per poter essere pubblicato. Gadda sta parlando, ancora oggi, a chi si trova nella condizione di scrivere un testo diretto a un vasto pubblico di lettori e mediato da una tecnologia di comunicazione, ieri la radio, oggi Facebook.

 

Per arrivare rapidamente al punto, qui:

 

Gillespie ci dice che la moderazione dei contenuti non va compresa come un’attività occasionale, a cui le piattaforme sono costrette, ma al contrario è un aspetto fondamentale del servizio che offrono. Capire come funziona la moderazione, ci aiuta a capire meglio cosa sono e quale ruolo sociale ed economico hanno le piattaforme. Poca moderazione darebbe spazio a troppi contenuti divisivi e conflittuali, che potrebbero generare una perdita di utenti. Troppa moderazione trasformerebbe la piattaforma in una caserma di psico-polizia, dove nessuno si sente più libero di dire nulla, e anche questo provocherebbe una diminuzione degli utenti o del tempo passato sulla piattaforma. In entrambi i casi, la perdita di utenti porterebbe a meno introiti pubblicitari e a una caduta della fiducia degli azionisti sulle potenzialità di crescita dell’azienda e di conseguenza a una caduta del valore delle azioni di Facebook. Ecco perché secondo Gillespie la moderazione è il vero valore commerciale di Facebook. Se la moderazione del linguaggio e dei contenuti è così centrale per le sorti dell’azienda, allora Facebook non può non essere considerato un editore.

 

Ma poi l’articolo di Bonini prosegue e dice altre cose che varranno la pena di essere lette, se avete nel frattempo rinunciato alla passeggiata della domenica, perché le pagine sono state assai più che cinquanta. E comunque ci sono sempre tutti gli altri libri di Carlo Emilio Gadda, sinceramente. Io, per esempio, una rilettura del racconto sull’incendio di via Keplero, quello contenuto in Accoppiamenti giudiziosi la farei subito, senza esitazione. Oppure riprenderei in mano le prime, memorabilissime e straordinarie pagine dell’Adalgisa, chevvelodicoaffare. E andrei avanti così, tutto il giorno, tra un neologismo e l’altro, tra una pagina e l’altra, scordandomi la passeggiata, che la letteratura (quando è grande come quella di Gadda) mi fa sempre questo effetto: dimenticare i progetti che avevo e non chiedermi più a cosa serve. Anche nel caso, magnificamente fortunato, in cui non servisse a niente.

Davide Profumo
Davide Profumo
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