Rivascolarizzazione e rischio di infarto miocardico post-operatorio
4 gennaio, 2017
First Masterclass in Acute Cardiovascular Care
5 gennaio, 2017

a ciascuno la sua

You need to login or register to bookmark/favorite this content.

Se avete voglia di leggere un post ben scritto e interessante, io credo che oggi possiate concedere cinque minuti del vostro tempo a un post di Giorgio Vasta. Intanto perché Vasta è uno scrittore bravo, a mio parere (e credo di averlo già critto anche su queste pagine, tempo fa), il che non guasta mai, e poi perché recensisce un libro che magari potrebbe interessarvi, e infine perché parla di un argomento, l’imbecillità, in cui siamo tutti a vario titolo coinvolti (lo dice lui, mica io, non prendetevela con me…). E Giorgio Vasta, per esempio, scrive così:

Se è vero che può essere ragione di tormento, è altrettanto vero che possiamo accostarci alla stupidità con un senso di curiosità, di passione se non di incanto, riconoscendo, come Flaubert nel descrivere le gesta di Bouvard e Pécuchet, che la bêtise è il «proprio altrove», ciò che pur appartenendoci come regola abbiamo bisogno di avvertire come eccezione. Uno stato di inadeguatezza (del resto, chiarisce l’etimo, in-baculum è colui il quale è privo di bastone) che, nel rimandare al denudamento e all’inermità, non è lo stigma che punisce uno su un milione (o – dipende – su mille, su cento, su dieci) bensì la condizione naturale di tutti, nessuno escluso: uno su uno.

E se poi voleste proseguire camminando non lontanissimo da questi argomenti, io credo che potrebbe interessarvi anche la riflessione che, in rete, ha riguardato il dibattito scientifico e la rete stessa, o meglio ancora la necessità di conoscere ciò di cui si dibatte o addirittura di esserne a vario titolo “esperti”. Il post in questione inizia così, ponendo una domanda che tante volte siamo costretti a porci e spiegandoci subito che è forse la domanda stessa a essere sbagliata:

Sono molto infastidito e preoccupato dalla demagogia del sapere che è molto di moda di questi tempi: il fastidio per gli esperti, il rifiuto delle competenze, il complottismo della scienza “alternativa” contro quella “ufficiale”. C’è però la tendenza, vedo, a reagire a questo fenomeno in un modo sbagliato e pericoloso: ricorrere al principio di autorità. In questo modo, al fastidio per gli esperti si contrappone  il feticismo del curriculum, cadendo nell’errore uguale e contrario rispetto a quegli altri. Il problema, infatti, non è tanto in una delle due diverse risposte alla domanda “A chi bisogna dar credito?”, se agli esperti o al cittadino qualunque. Il problema sta proprio nella domanda, che è fuorviante. Non bisogna dar credito a qualcuno piuttosto che a qualcun altro. Bisogna dar credito alle idee oggettivamente migliori, cioè quelle sviluppate secondo il metodo scientifico, del libero confronto, del pensiero critico. Seguendo l’errore dei demagoghi e dei loro seguaci si finisce invece in un corto-circuito senza via d’uscita, ci si divide in fan di questa o quell’altra fonte del vero (l’esperto, il popolo, l’uomo della strada) senza trovare soluzioni.

Ma più di tutto, lo sapete, mi interessano i libri. E più ancora dei libri, che sono oggetti, mi interessa la letteratura. E quando la letteratura si incrocia con i luoghi del pianeta che percorriamo instancabili, lo sapete, io mi emoziono sempre un po’. Per questo, più di ogni altra cosa, oggi vi consiglio questo bell’articolo a proposito della casa in cui Melville scrisse Moby Dick ,uno dei romanzi più straordinari degli ultimi due secoli. E magari, sommessamente, vi consiglio anche di riprendere in mano quell’eccezionale libro, oggetto che racchiude nelle sue pagine una storia esemplarmente terrificante che riguarda anche la nostra imbecillità, il nostro odio inutile, la nostra vertiginosa debolezza. Di cui Lorenzo Alunni oggi dice così:

Per molti, la monomania ossessiva di Achab si sarebbe reincarnata in quella di Hitler per gli ebrei, ma anche in quella di George W. Bush per Osama bin Laden e per Saddam Hussein. Un paio di giorni dopo l’attentato al World trade center, Edward Said scrisse sull’Observer che le emozioni poco lucide che si stavano concentrando sulla figura di Bin Laden avrebbero senz’altro portato a una guerra simile alla caccia di Achab a Moby Dick. Da Achab avremmo dovuto imparare che, in simili battaglie contro il male, si finisce per diventare il riflesso di ciò che si odia. E invece, come lui, rimaniamo in balia della nostra incapacità di capire il significato della nostra sofferenza e di quella del mondo. A poco serve proiettare tutto quel male in una balena bianca, ognuno ha la sua.

Print Friendly, PDF & Email
Davide Profumo
Davide Profumo

La mia pagina Facebook:
https://it-it.facebook.com/davide.loscorfano

1 Comment

  1. giusie ha detto:

    bello

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.