Vecchio tempo

Ammetto, fin dal principio, che sono un lettore di Proust (uno dei duecentomila che dicono di avere letto Alla ricerca del tempo perduto; e, se vi fidate, uno di quelli, cinquemila circa, che l’hanno davvero letta dall’inizio alla fine); e poi ammetto anche di essere stato stregato e stordito dalla Recherche fin dalle prime cento pagine (famigerate…) e di aver infinitamente amato quel romanzo (anche se «romanzo» è obiettivamente definizione assai e inutilmente riduttiva); e infine ammetto di avere letto con una certa soddisfazione anche diversi romanzi di Alessandro Piperno, e di averli apprezzati; così come ammetto di conoscere ben poco i libri di Marco Missiroli, di cui ho letto solo un romanzo, senza arrivare alla fine.

 

E quindi, ammesso tutto l’ammissibile, e rivelati tutti i conflitti di interesse, confesso di essermi molto goduto il dibattito ospitato sulle pagine del «Corriere» tra Piperno e Missiroli proprio a proposito della Recherche  di Proust e del fatto che essa sia o meno «noiosa» e in qualche modo leggibile (o straordinaria, fate voi). Dibattito da cui si possono estrarre alcuni interessanti e istruttivi momenti letterari, davvero. Come questi:

 

 

A dispetto del titolo (converrai con me: uno dei più belli della storia della letteratura) la Recherche non parla né di tempo perduto né di tempo ritrovato. (Piperno)

 

E allora, forse, ho capito: tentare di leggere Proust è leggere Proust. Avvicinarsi e desistere è già afferrarlo. Ribellarsi è concedersi. Protestare è accoglierlo. (Missiroli)

 

Ma, come comprese immediatamente Beckett, la Recherche non parlava di tempo perduto e di tempo ritrovato. Bensì di quanto la vita sia insensata. E di quanto, proprio per questo, sia impossibile conferirle un senso. La Recherche è un’opera nichilista. Sullo sbriciolamento di ogni cosa (arte compresa). La Recherche è un’opera sulle intermittenze del cuore umano: com’è possibile, si chiede Proust continuamente, che la ragazza che amavo tanto (per cui mi sarei fatto uccidere) ora non mi dica più niente? Com’è possibile che i lineamenti di mia madre, per non dire del suono della sua voce, siano scomparsi per sempre dalla mia coscienza ad appena un anno dalla sua morte? Altro che tempo ritrovato. Proust è il primo a saperlo: il tempo non si ritrova più. (Piperno)

 

C’è qualcosa in questo autore apparentemente mellifluo che sa di prestigio demoniaco. Non sto parlando di trucchi, ma di una vera e propria seduzione che Proust riversa su chi lo sta seguendo. (Missiroli)

 

Perché leggere Proust? Per rimorchiare le pollastre. (Piperno)

 

Chi non è geneticamente proustiano deve viverlo nel puro senso letterale, portandoselo sotto le lenzuola o tenendolo ad ammuffire sul tavolo o nello zaino o nuovo di zecca nella libreria. Magari spacciandolo per già letto e riletto. Finché arriva il momento di riuscire, se arriverà. E allora sarà naturale, o più facile, comprendere che la Recherche è un romanzo di formazione, di costume, di avventura, di guerra, anche pornografico, magari profetico, un labirinto sull’insensatezza della vita. (Missiroli)

 

È uno di quei romanzi che, al contrario di ciò che si pensa, non vanno rispettati. Vanno solo vissuti. (Piperno)

 

Insomma, avete capito. Il consiglio non è tanto quello di leggere lo scambio epistolare tra i due scrittori italiani contemporanei (qui c’è la prima risposta di Piperno, datata 10 agosto, qui la seconda lettera di Missiroli, di pochi giorni fa; purtroppo non ho saputo trovare on line l’articolo da cui lo scambio è partito, che Missiroli ha pubblicato il 3 agosto sul «Corriere»; qui invece ci sono due – uno, due –  meno recenti ma altrettanto interessanti articoli di Piperno su Proust e il suo romanzo… romanzo?): il consiglio vero che mi sento oggi di darvi è quello di prendervi due mesi di ferie (o di licenziarvi del tutto, se vi fa piacere) e di leggere Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust; o di rileggerlo se lo avete già letto quando eravate ragazzi; o di fare finta di rileggerlo se siete per caso tra i 195.000 che dicono di averlo letto ed è invece la prima (bellissima) volta.

Davide P.
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