A cura di Marta F. Brancati

Hakeem A, Edupuganti MM, Almomani A, et al. Long-Term Prognosis of Deferred Acute Coronary Syndrome Lesions Based on Nonischemic Fractional Flow Reserve. J Am Coll Cardiol. 2016;68:1181-91.

È noto come l’uso della Fractional Flow Reserve (FFR) nella coronaropatia stabile consenta di discriminare le lesioni ischemizzanti da quelle meritevoli di semplice follow-up. Tale strategia si associa a un eccellente outcome a lungo termine. Dato il crescente utilizzo dell’FFR nel contesto delle SCA, è importante capire se tale scelta si associ a un simile beneficio prognostico. In particolare, lo studio di Hakeem e coll. ha valutato l’impatto prognostico dell’angioplastica differita in pazienti con SCA sottoposti a coronarografia e FFR. Sono stati arruolati 206 pazienti affetti da SCA, con 262 lesioni angiograficamente «intermedie»; tale popolazione è stata confrontata con 370 pazienti con coronaropatia stabile (528 lesioni) in cui la PTCA è stata differita sulla base di valori di FFR non significativi per ischemia (> 0.75). Ebbene, l’incidenza dell’endpoint primario (MACE) a lungo termine (3.4 ± 1.6 anni) è risultata significativamente più alta nel gruppo con SCA rispetto al gruppo con coronaropatia stabile (23% vs 11%, p < 0.0001); la differenza restava statisticamente significativa anche dopo correzione statistica con propensity score (25% vs 12 %, p < 0.0001). L’HR per il gruppo con SCA era 2.8 (IC 95% 1.9-4-0; p < 0.0001). Per qualunque valore di FFR, l’incidenza di infarto miocardico e rivascolarizzazioni era più elevata nel gruppo con SCA (p < 0.05). Le curve ROC hanno identificato, in questo studio, un cut-off più alto (< 0.84) relativo ai valori di FFR predittivi di eventi avversi nei pazienti con SCA.

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Dunque, nel contesto di una SCA sembra giustificato un atteggiamento aggressivo anche nei confronti di una lesione angiograficamente «intermedia». Quello che l’imaging coronarico ci ha insegnato (e questo rende il suo utilizzo di grande interesse proprio nelle SCA) è che le lesioni associate alla SCA hanno caratteristiche di instabilità che ne impongono il trattamento, poiché il rischio di trombosi su placca, in quel contesto, può prescindere dalla quantizzazione della placca stessa.

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Marta F. Brancati
Dirigente medico di I livello, UO di Emodinamica, Ospedale degli Infermi di Biella - ASL BI

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