una sfiducia

Vorrei dire chiaramente, oggi che ne è la (f)utilissima giornata mondiale, che la poesia fa male; crea disagio, mette in difficoltà, complica il vostro rapporto con il mondo, la poesia non aiuta e non spinge, la poesia piuttosto rallenta e vi costringe a una bellezza difficile, che è quasi solo sofferenza, la poesia non fa compagnia, tutt’altro: la poesia vi rende soli, la poesia vi isola, genera solitudine, crea silenzio intorno a voi, incomprensioni, le parole delle poesia risuonano nel vuoto del vostro esserci; la poesia finisce per mutare il reale, deformarlo (e deformare anche voi, che la leggete), la poesia peggiora le vostre vite, non credete a chi vi dice il contrario, la poesia vi ammala e non vi guarisce, la poesia è un veleno forse terribile, forse però nemmeno tale: è semplicemente un retrogusto amaro che vi illude di essere un veleno e invece nemmeno quello; la poesia è solo malattia, magari venerea, disturbo della vista, acufene, herpes cronico, nemmeno mortale, soltanto fastidiosa e imbarazzante, la poesia è l’attrito con il mondo, è sfiducia.

 

Vorrei dirvi tutto questo e anche di più, ma non lo dirò, perché ci sono troppe voci oggi che dicono che la poesia non è affatto morta, anzi è viva, addirittura vivissima: che è una di quelle cose che dei vivi non si dicono proprio mai, al limite dei moribondi, più spesso dei dispersi. Per cui non dirò niente e farò finta di credere alla vitalità della poesia, alla sua utilità, al suo candore, alla bellezza e purezza della poesia, alla sua sana e robusta costituzione, al fatto che la poesia non muore mai e che i libri di poesia vendono tanto, tantissimo, ma proprio proprio tantissimo, e così anche le riviste, che gioia le riviste di poesia, che ricchezza…

 

E se non è vero, pazienza; e se vi pare assurdo, meglio per voi. Sarà che la poesia è un veleno che agisce lento e in profondità e mi ha in questi anni molto appannato, tanto che non capisco più. Perché la poesia è incomprensione, è attrito, è soprattutto sfiducia: la mia, che vale pochissimo, quella di altri, che valeva assai di più.

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Davide P.
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