Le malattie possono spiegare molte cose, è ovvio. Lo seppe fin troppo bene don Alessandro Manzoni, che usò la peste per spiegare il male e il perdono, a noi lettori così come al suo protagonista maschile (l’altro protagonista, quello femminile, già sapeva entrambe le cose fin dall’inizio…) Ma lo sapeva anche Italo Svevo, per esempio, quando si inventò una malattia dell’anima (o della psiche, come preferite) per raccontarci il secolo che stava appena per cominciare, quello breve. E molti altri prima di loro e anche dopo di loro, senz’altro.

 

Per cui non mi sono stupito (anzi, me se sono immediatamente compiaciuto) di leggere oggi le belle righe scritte da Antonio Pascale a proposito di una malattia, il colera, e della sua importanza nella storia tanto di Napoli quanto di Londra. Perché (e questo ce lo andiamo ripetendo ormai da tempo) anche i luoghi possono raccontarci quello che siamo e che saremo, esattamente come le malattie. Il racconto di Pascale è lungo e interessante, soprattutto (credo io) per voi medici, e comincia così:

 

Pare sia andata così: erano ancora in voga le teorie miasmatiche – vapori infetti che si sprigionavano dagli affollati agglomerati urbani – ragione per cui le autorità francesi di diverse città della Provenza decisero di allontanare una parte della popolazione dai sobborghi, e dunque dai suddetti vapori. Il classico esodo forzato e le prime vittime furono gli italiani emigrati in Francia, gran parte in Provenza, circa 70 mila – tutti molto poveri, e che, per forza di cose, alloggiavano nei quartieri più degradati, e lì l’igiene era un lusso. E dunque i ghetti italiani vennero considerati focolai miasmatici pericolosissimi e da svuotare al più presto e l’Italia dovette accogliere una massa di concittadini impoveriti, spaventati e potenzialmente contagiati dal colera.

Accogliere sì, ma dove? Non c’era ancora chiarezza sull’origine della malattia (anche se Filippo Pacini nel 1854 aveva visto e disegnato il vibrione – “non sono affatto rettilinei ma un po’ curvi” – e successivamente Koch, nel 1884, si trovava a Calcutta, aveva annunciato di averlo isolato in una coltura di feci prelevata da pazienti con il colera, mentre era assente in pazienti che mostravano solo sintomi di diarrea senza la malattia) e tuttavia l’esperienza ricavata dalle precedenti epidemie – che dal 1830 si erano abbattute sull’Europa – aveva insegnato che per prevenire e ridurre il contagio, bisognava per prima cosa migliorare l’igiene e poi predisporre un cordone di ospedali in grado di accogliere i malati.

Ma si era nel 1884 e l’Italia non poteva vantare né adeguati sistemi fognari né appositi ospedali e quindi si decise di ricorrere a un sistema di prevenzione abbastanza screditato: i lazzaretti.

 

Bello, eh? Sì, molto. Se poi aveste ancora tempo, non disdegnate questo bel passo di Luca Sofri, che racconta di nuovo un luogo e, raccontandolo,traccia anche un piccolo ritratto di quello che siamo nel frattempo diventati. Il luogo è questa volta una scuola. Nel senso proprio dell’edificio, perché è prima di tutto questo che facciamo quando andiamo a scuola: entriamo dentro una costruzione e ci passiamo un sacco di tempo, come in nessun altro luogo che non sia la casa (poi arriverà il luogo di lavoro, ma quando siamo ragazzi non lo sospettiamo nemmeno…). E questo è il luogo come lo racconta Luca Sofri sul suo blog:

 

La mia scuola, forse la butteranno giù. Il mio liceo. Vogliono farci un centro commerciale. Sembra una metafora inventata, fin troppo perfetta, invece è vero. È una costruzione degli anni Settanta, ammirata e citata in molte storie dell’architettura, ma non ha mai funzionato. Chi la progettò immaginava un mondo diverso, una periferia in cui gli abitanti del quartiere frequentassero i luoghi della scuola e passeggiassero sul suo tetto-parco. Finì che la circondarono di una cancellata e il tetto-parco fu reso inaccessibile. Oggi è piena di buchi e guai che i fautori della demolizione dicono sia troppo costoso restaurare. Fu un esperimento di apertura della scuola e dei suoi metodi che avrebbe avuto bisogno di tempi migliori: invece, intorno, il mondo andò in un’altra direzione, ci vennero ansie e paure, l’Italia fu governata male, il sistema scolastico fu trascurato, la cultura e l’identità nazionale si persero, tutto peggiorò…

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Davide P.
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