Che fine ha fatto la satira in Italia? Ce n’è ancora bisogno? A meno di un anno dalla strage di Charlie Hebdo, che equilibrio abbiamo trovato tra libertà d’espressione, insulto inaccettabile e salutare bisogno di deridere il potere? Soprattutto, c’è da chiedersi se un certo modo di deridere il potere abbia mostrato la corda più di quanto non osiamo sospettare.

 

Sono queste le domande con cui comincia, su «Internazionale», un lungo articolo (o saggio breve, come preferiscono i funzionari del ministero dell’Istruzione Pubblica) di Nicola Lagioia a proposito della funzione attuale della satira o del suo più che evidente declino. È un post molto lungo e impegnativo, e richiede pertanto un bel po’ del vostro tempo; però lo vale, secondo me. Anche senza condividere tutto quello che Lagioia scrive (io non condivido tutto, per esempio), è uno spunto di riflessione importante che ci dice molte cose del mare culturale in cui siamo immersi e in cui nuotiamo forse senza neppure accorgercene. Per esempio, Lagioia dice così (e più avanti lo spiega assai bene):

 

Sui giornali anche latamente di sinistra – o comunque non di destra dichiarata – si ha sempre l’impressione che ai collaboratori più anticonformisti si chieda di lavorare al 20 per cento del proprio talento. La dittatura del politicamente corretto come veste rispettabile per il cinismo. Angoli smussati, e alzate d’ingegno piegate alle esigenze del giornale (cioè al suo potere, alle battaglie politiche o ideologiche del momento).

Il risultato è la riduzione alla normalità di talenti che, in cambio di una visibilità anche legittimamente desiderata, finiscono stritolati nella macchina. Fai per scrivere o disegnare una cosa. Ti fanno intendere che non è il caso, o il narcisismo intuisce in quel contesto scorciatoie più vantaggiose. Così ne scrivi o ne disegni un’altra quasi identica, ed è la fila di quei quasi a fare massa nel tempo.

 

Oppure, poco oltre nel testo, riporta una dichiarazione di Benigni a proposito di Totò che dice assai bene che cosa sia il comico e come esso possa davvero incidere nella carne della società, se solo lo si lasciasse parlare:

 

Il comico, a differenza del tragico, è crudele, perché il tragico ci mostra la grandezza dell’uomo, mentre il comico ci mostra le piccolezze, la miseria, proprio che siamo esseri sciocchi, vulnerabili e ridicoli. I veri comici sono rarissimi. Ci sono tanti attori brillanti, ma i comici come Charlie Chaplin, Keaton, Stanlio e Ollio o Eduardo nella sua grandezza da presepe, veramente rarissimi. Totò nasce dalla miseria (…). Il vero comico è quello che va nelle frontiere sconosciute, che va nelle zone a rischio, dove nessuno ha mai osato e lui era uno che osava dappertutto. La grandezza di Totò è che dietro aveva la morte. Totò era uno scheletro. Nei primi film come Totò le Mokò, bastava che si scansasse un attimo e dietro di lui c’erano cinquanta morti di fame di Napoli, tutti gli scheletri dei morti di fame del mondo.

 

È insomma una lettura importante, che ci dice alcune cose, a proposito di quello che siamo e che siamo diventati, che mi paiono importanti e necessarie. E che sono stato contento di leggere prima di essere inghiottito dai quasi con cui tutti i giorni, un po’, mi consolo.

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Davide P.
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