A voler parlare seriamente di libri, e in particolare di quei libri particolari che sono i romanzi, francamente io credo che dovremmo meditare per qualche minuto le parole scritte qualche giorno fa da Guido Vitiello. Perché se è vero (come è vero) che certi libri, e in particolare proprio alcuni romanzi, sono una delle rare e preziose  grammatiche di cui disponiamo per comprendere noi stessi e il mondo (e noi stessi nel mondo), è anche vero che troppi libri (oltre quegli alcuni di cui sopra) non sono altro che vane parole, fuffa, inutile perdita di tempo, strada perduta, passi in direzione casuale, forse addirittura assaggi di una possibile infelicità. E dunque non sono grammatica di nulla che possa aiutarci a capire né il mondo né noi stessi nel mondo.

Cito Vitiello:

Meglio rinunciare al viaggio, allora? Tutt’altro. Ma dovremmo liberarci di quella retorica dell’arricchirsi che accomuna lettori bulimici e turisti seriali, visitatori di luoghi perfettamente indistinguibili dai dépliant che li presentano; quel turismo che consiste appunto nel non fare esperienza, e nel rivivere in loco il fantasma di un viaggio già consumato.

Ma la lettura, però, è ricerca; così come lo è il viaggio. E per ogni mattina buttata a guardare qualcosa che si poteva benissimo non guardare ci sarà pur sempre quella mattina che invece, quasi per caso (ma non è mai per caso:il caso è il cumulo delle intenzioni e dei tentativi che fino a lui ci hanno condotto),ci ha guidato laddove abbiamo capito qualcosa, creduto magari di capire, sfiorato il senso di un quid che nel frattempo già ci è sfuggito, sempre più altrove. Succede con i giorni di viaggio, succede con le mattine d’estate, succede senz’altro anche con i libri che abbiamo letto. Alcuni (alcuni) non ci abbandoneranno più; altri ci hanno già abbandonato mentre ancora li reggevamo tra le mani. Non c’è feticismo né bulimia, in verità: soltanto c’è il tentativo di capire un po’ il mondo e noi stessi e noi stessi nel mondo; il quale tentativo non può che necessariamente passare per errori e continue approssimazioni, passi anche sbagliati, mattine vissute nei luoghi sbagliati.

E quindi, se davvero si vuol parlare di romanzi nel senso più bello e più pieno del termine, vi consiglio oggi questo splendido pezzo di Francesco Pacifico, che scuote un po’ le nostre consolidate certezze sulla lettura in traduzione e ci mette davanti a un’operazione di comprensione delle parole quale mai, io credo, abbiamo pensato di fare; trasportando un’emozione da una lingua all’altra, dalle parole di un idioma a quelle di un altro, eppure lasciando miracolosamente intatta l’emozione. Che è la grammatica del nostro sentire che, appunto, stavamo (e ancora, disperatamente, stiamo) (tra libri comprati e mai letti e presunzioni e vanità e parole d’ordine presto dimenticate e progetti di viaggio abortiti) cercando:

Nessuno legge un libro più attentamente di chi lo traduce. Lo scrittore è troppo legato al testo, e dovrebbe far passare anni prima di poterlo analizzare con la lucidità con cui fa le pulci a un libro altrui. L’editor e il redattore leggeranno il più attentamente possibile, ma non potranno mai essere diabolicamente lenti e problematici come il traduttore, che deve riflettere su ogni giro di frase, descrizione o metafora. I lettori, poi, hanno il diritto di non pensarci troppo e se criticano un romanzo lo fanno soprattutto per il gusto di farlo, non per aiutare lo scrittore a migliorare, quindi le loro critiche saranno spesso inservibili. Sono arrivato a pensare che un romanzo non è davvero finito finché non è passato nell’ingiusto colino di un’altra lingua.

 

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Davide P.
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