Una certa idea di libri

Da ieri la Francia ha una legge anti-Amazon. Detto che tutto ciò che è anti, voto compreso, mi lascia piuttosto perplesso si tratta dell’ennesima, forte scelta dei transalpini che merita rispetto. Giusta o (più probabilmente) sbagliata che sia nelle sue ricadute, e ora vedremo quali, i provvedimenti di Parigi – in questo caso l’integrazione della celebre legge sul prezzo unico del libro voluta nel 1981 dall’allora ministro Jack Lang – raccontano da sempre una certa idea di mondo. Oppure, come dice qualcuno, una certa idea di Francia.

 

Abbiamo già parlato, anche in questo minuscolo angolo del web, della crisi dell’editoria e pure delle librerie che chiudono. È per questo che oggi mi è sembrato importante porgervi il link verso questo provvedimento francese che cerca (malamente, secondo me; ma non è la mia opinione quella che conta) di porre un freno a questa tendenza che pare invece inarrestabile.

 

Ma un libro è soltanto un libro, uno dei tanti. Così come una libreria è semplicemente una libreria, una delle possibili, una di quelle che siamo stati finora capaci di immaginare. E mi ha fatto molto sorridere, a questo proposito (e cioè al proposito di cosa siano e possano essere realmente i libri), leggere un post di un blogger assai acuto che ha raccontato, in questi giorni, della sua esperienza di libraio in un paio di città italiane. Il post comincia così:

 

Da ragazzo ho fatto il commesso in due librerie diverse, di due diverse città: una molto meridionale, la mia, e una del centro nord, quella dove frequentavo l’università.

Erano altri tempi, circa quindici anni fa, ed erano anche altre librerie.

In quella del centro nord, filiale dell’allora più importante catena italiana, si tendeva ad avere quanti più titoli disponibili a scaffale.

La cosa comportava l’assunzione di parecchio personale, che più che altro svolgeva lavori di facchinaggio e sguatteria. I ritmi di rotazione richiedevano sprezzo del pericolo: io, per dire, ingoiavo un sacco di scotch, ma non nel senso del liquore, nel senso del nastro isolante, perché per sbrigarmi a chiudere i pacchi delle rese o ad aprire quelli degli arrivi, usavo i denti, e una volta ho avuto proprio il mal di pancia, con la nausea, i sudori freddi, il cacarino e tutto quanto, perché la colla che c’era sopra la pellicola mi aveva fatto venire l’intossico. Però vabbe’, non c’entra.

In quella molto meridionale, cioè della città in cui sono nato e cresciuto e ancora risiedo, si tendeva a stabilire un rapporto personale col cliente, e ci volevano capacità di ascolto e doti divinatorie.

Per esempio mi ricordo il signor Boscarino…

 

E poi prosegue: e leggetelo, perché il finale è una piccola sorpresa (riguarda l’88 del titolo) e merita più di una riflessione (anche da parte di coloro che approvano la legge anti-Amazon).

 

Ma quando sarete arrivati alla fine, provate (se avete tempo) a leggere anche questo: una bella intervista che esordisce così:

 

La verità è che, da qualche anno a questa parte, è cambiato in modo radicale il mestiere del libraio, il modo di fare libreria in Italia. Non ha più nessun senso, nessuna efficacia, starsene chiusi dentro la libreria ad aspettare che i clienti arrivino. La vendita tradizionale, quella cosiddetta da banco, si è ormai ridotta ai minimi termini. Neppure quest’ultima promozione Via col venti, del Maggio dei Libri, è riuscita a riempire, come invece ci aspettavamo, la libreria. Detto questo, il librario moderno deve fare altro, deve trasformarsi […].

 

È l’opinione di un librario indipendente di Palermo che ha provato a risolvere la crisi delle vendite con sistemi nuovi; e qualcosa ha ottenuto. E magari vi verrà voglia anche di leggere la storia di un altro libraio, questa volta veneziano, che ha anche lui trovato una sua ricetta personale per vendere libri in modo diverso da prima (aprendo pure un blog, figuratevi). Insomma, c’è la crisi dell’editoria e dei libri, ci sono le ragioni della crisi (che sono tante e di varia natura), ma cominciano anche ad esserci le risposte. Saranno parziali, senz’altro; ma intanto le ascoltiamo, che forse impariamo qualcosa.

Davide P.
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