C’è in Italia un intellettuale che è spesso capace di cogliere molte delle contraddizioni in cui noi stessi ci agitiamo, sbattendo l’uno contro l’altro e non riuscendo a comprenderne in nessun modo il significato. Questo intellettuale (che bella parola, quando posso usarla nel giusto contesto…) si chiama Claudio Giunta, è un raffinato studioso di Dante e ha pubblicato alcuni saggi interessanti anche sulla società contemporanea (ve ne parlerò un’altra volta, prometto). Oggi ha scritto un bel pezzo a proposito della ricerca e della comunicazione della ricerca in Italia e di altre questioni su cui bisogna pur scrivere ogni tanto. Il pezzo è questo; e vi spicca questo bellissimo passaggio, che vi riporto, perché ci riguarda tutti:

 

  • Oggi, il rovescio della festività diffusa è il lavoro, ossia la variante postmoderna del lavoro: un vertiginoso intrico di progetti, riunioni, documenti preparatori, pranzi di lavoro, conference call, caffè, aperitivi per fare due chiacchiere, ore bruciate in macchina, in treno, nei parcheggi, telefonate e soprattutto email, valanghe di email che “fanno andare avanti il progetto” e danno, quando si sia riusciti a smaltirle tutte in una giornata, la sensazione di aver fatto il proprio dovere, di aver davvero lavorato. Ma più che altro è acqua pestata nel mortaio: e per quanto uno s’inventi delle storie, la sensazione che resta, dopo tutto questo agitarsi, è quella di una globale inutilità.
Davide P.
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