Un sobbalzo

Di Davide Profumo

 

Vi porgo subito le mie scuse, ancora prima di cominciare a raccontare, e vi prego subito di un po’ di comprensione: perché io vengo qui, su questa pagina che è un po’ casa vostra ed è senz’altro lontanissima da casa mia, e senza nemmeno essere entrato, ancora sulla soglia, vi devo già fare una domanda. E la domanda non riguarda per niente la medicina, che sarebbe davvero troppo facile, ma la letteratura. E non la letteratura del Duemila, i libri che si trovano recensiti sui giornali o nelle librerie degli aeroporti, non la letteratura facile, quella che più o meno abbiamo tutti frequentato con qualche speranza e ormai pochissime illusioni… No, mi dispiace, io torno assai più indietro, oltre le guerre e prima ancora del Ventennio, io arrivo fino all’Ottocento, a quei romanzi e a quegli scrittori noiosi di cui tutti (a volte anche io, figuratevi: io che insegno letteratura per mestiere, tutti i giorni, in un liceo) pensavamo proprio di esserci finalmente liberati: finito il liceo, finite le interrogazioni, finiti i temi in classe, finiti anche gli insopportabili classici dell’Ottocento. E invece, eccomi qui, insomma. A chiedervi scusa ma anche a farvi, insieme alle mie inutili scuse, la mia domanda, ancora con i piedi sulla soglia di casa vostra. E la domanda è questa, infine: Ma voi, ve lo ricordate Giovanni Verga?

Ecco, io credo di sì: che ci ricordiamo tutti qualcosa, anche di Giovanni Verga, anche a tanti anni di distanza dal liceo. E immagino che quel nome, Giovanni Verga, faccia subito venire in mente qualcosa come I Malavoglia, la povertà e l’arretratezza, la Sicilia, i pescatori che perdono prima la barca e poi la casa e alla fine perdono tutto, anche la loro dignità di gente sana del popolo sano. E magari vi ricordate pure che non c’erano solo i Malavoglia, con il loro carico insopportabile di dolore e disperazione, ma anche Mastro-don Gesualdo, l’uomo di successo, il contadino che con il sudore del suo lavoro ininterrotto si era costruito un impero economico, portandolo via agli aristocratici e comprando tutto, i campi, gli alberi, i raccolti, i manovali… Tutto tranne lo stemma aristocratico, che di quello non sapeva cosa farsene. E poi però, anche lui, moriva solo e disperato, e senza nessuno che gli prendesse la mano, e con una figlia che si vergognava perfino di andare a salutarlo, mentre lui stava pregando e morendo. Ecco, troppa disperazione davvero: troppa per chiunque di noi. Senza contare che i più attenti (quelli che al liceo magari studiavano davvero, non come me) si ricorderanno persino di Rosso Malpelo, quel povero ragazzo dai capelli rossastri a cui muore il padre e che fa la fine del sorcio nella miniera. Un’altra storia brutta, insopportabile, noiosa, pesante.

Ecco, questo soprattutto: una roba «pesante». I miei studenti me lo dicono ogni volta: «Che pesante, prof»; «Che cosa noiosa, prof»; «Che storia lenta, prof». Ed è proprio in omaggio a questa lenta e noiosa pesantezza che io vi rifaccio la domanda, quella che vi avevo fatto prima sulla soglia: ma voi, ve lo ricordate Giovanni Verga? E siete proprio sicuri di ricordarvelo bene?

Perché forse, perdonatemi la franchezza un po’ maldestra, vi sbagliate; o semplicemente i ricordi sono un po’ confusi e qualche anno è passato e, insomma, non è che si può proprio tenere nota di tutto, nella vita, no? Ecco, infatti: no, non si può. E tante cose è meglio dimenticarle, o è addirittura salutare farlo, altrimenti non si potrebbe andare avanti. Per cui, francamente, visto che siete medici, meglio dimenticarsi di Giovanni Verga, finita l’ultima interrogazione: e dei suoi pescatori, delle assolate campagne siciliane, e di quei lavoratori devastati dalla fatica, dell’ignoranza, della crudeltà, e degli sconfitti dall’esistenza, e del progresso che è una grande marcia trionfale sotto i cui passi muoiono le persone, tutte vinte dal dolore e tutte disperate, come appunto raccontava Giovanni Verga. Una cosa, lo ammetto anch’io, effettivamente un po’ pesante. Sto dalla parte dei miei studenti, quasi quasi. E avrei perfino voglia di saltarlo, Giovanni Verga, di non parlarne più, di fare finta che non esista e di passare direttamente a qualcos’altro, meno «pesante». E però.

E però poi, ogni anno, ci ricasco. Leggo questo racconto e capisco che no: che devo, in ogni modo, parlare ai miei ragazzi di Verga, perché non si sa mai: perché anche loro, un giorno, tra vent’anni saranno medici (o ingegneri, o avvocati, o commercialisti, o infermieri, o insegnanti: non è importante) e questo inizio dovranno averlo letto, almeno una volta, almeno quest’anno. Almeno finché ci sono io qui davanti a loro. E l’inizio, perdonatemi la noiosa pesantezza, è questo:

 

I viaggiatori che erano nelle prime carrozze del treno per Como, poco dopo Sesto, sentirono una scossa, e una vecchia marchesa, capitata per sua disgrazia fra un giovanotto e una damigella di quelle col cappellaccio grande, sgranò gli occhi e arricciò il naso.

Il signorino aveva una magnifica pelliccia, e per galanteria voleva dividerla colla sua vicina più giovane, sebbene fosse primavera avanzata. Fra il sì e il no, stavano appunto aggiustando la partita, nel momento in cui il treno sobbalzò. Per fortuna la marchesa era conosciuta alla stazione di Monza, e si fece dare un posto di cupé.

 

L’inizio è un treno lombardo (ma come? ma Verga non parlava solo di Sicilia?), un treno efficiente e lombardo che sobbalza. E i passeggeri (sono loro quelli importanti, vi avverto subito) di quel treno del già ricco Nord dell’Italia si fanno sorprendere da questo sobbalzo, mentre sono intenti alla loro vita, come siamo sempre tutti: la comodità, una ragazza carina nel sedile di fianco, la maleducazione dei giovani, la prossima fermata… E che cos’è, dunque, questo sobbalzo?

Il trucco, naturalmente, sta nel fatto che Verga non lo dice, che cosa sia il sobbalzo; e prosegue il racconto parlando di altro (si chiama letteratura, ed è il contrario esatto del giornalismo). Ma io, visto che sono entrato in casa vostra e già vi ho assillato di domande e sto per farvi anche un discorso pesante e noioso su uno scrittore vecchio pesante e noioso, io mi sento in dovere di svelarvi subito il mistero e di dirvi che il sobbalzo è un uomo che è morto. Un uomo sconosciuto, senza nome, senza documenti: un uomo povero, immigrato da chissà dove che, disperato, si è buttato sotto il treno. E ha creato, appunto, un sobbalzo.

Ed è esattamente questo che Verga vuole dirci, secondo me: che noi tutti siamo un sobbalzo, un fiato di vento, un minuscolo nulla nella vita degli altri. O che almeno rischiamo di esserlo. Un uomo muore (con il suo carico di dolore e disperazione e tutta la solita roba noiosa dei racconti di Verga, che palle) e per gli altri uomini, che sono sul treno e hanno fretta e chissà dove vanno ma hanno comunque urgenza di arrivarci al più presto, quell’uomo che muore è soltanto un sobbalzo. E poi, alla stazione successiva, non c’è altro. Solo l’indagine distratta di un poliziotto annoiato.

È normale: chi vive nelle grandi città sa che è normale. Ogni tanto uno si butta sotto il treno della metropolitana e allora tutto si ferma e bisogna prendere il taxi, che palle. Poi tutto ricomincia e i treni ripartono: è la vita. No, anzi, scusate: è la morte. E il racconto di Verga va avanti così, infatti: con le vite degli altri che continuano e con le tracce del povero suicida senza nome che si mescolano alle voci di coloro che, in quell’ultima sua giornata (è così che il racconto si intitola: L’ultima giornata; e lo trovate qui, se magari vi interessa) lo hanno incontrato e lo hanno distrattamente notato. Un sobbalzo nel cuore di ognuno. E la polizia che indaga:

 

La giustizia cercava se era il caso di un assassinio per furto, o per altro motivo. 

E fecero il verbale in regola, né più né meno che se in quelle tasche ci fossero state centomila lire. Poi volevano sapere chi fosse, e d’onde venisse; nome, patria, paternità e professione. D’indizi non rimanevano che la barba rossa, lunga di otto giorni, e le mani sudice e patite: delle mani che non avevano fatto nulla, e avevano avuto fame da un gran pezzo.

 

Chissà, forse aveva pensato di non lasciare traccia di sé, quel povero suicida; ma si incontra tanta gente se, in un giorno di festa com’era quello, si decide di buttarsi sotto un treno. E c’è il verbale da fare e un poliziotto che deve farlo, è la vita sociale, sono le regole, è la convivenza cosiddetta civile. E poi ci sono delle ragazze che andavano a ballare, per esempio, che lo hanno visto da lontano e possono dire poco: perché poi sono andate a ballare; c’è il garzone di una cascina che lo aveva tenuto d’occhio, «che quella è gente che ruba», aveva pensato; e poi c’era una signora, una affittacamere. È lei che lo ha visto uscire la mattina per non più tornare la sera. Ed è lei che ci racconta la parte più importante della storia del suicida:

 

Aveva visto arrivare quell’uomo della barba rossa una sera che pioveva, era un mese, stanco morto, e con un fardelletto sotto il braccio che non doveva dargli gran noia. Ed essa glielo aveva pesato cogli occhi per vedere se ci erano dentro i due soldi pel letto prima di dirgli di sì. Egli aveva domandato prima quanto si spendeva per dormire al coperto. Poi ogni giorno che Dio mandava in terra aspettava che gli arrivasse una lettera, e si metteva in viaggio all’alba, per andar a cercare quella risposta, colle scarpe rotte, la schiena curva, stanco di già prima di muoversi. Finalmente la lettera era venuta, col bollino da cinque. Diceva che nell’officina non c’era posto. La donna l’aveva trovata sul materasso, perché lui quel giorno era rimasto sino a tardi col foglio in mano, seduto sul letto, colle gambe ciondoloni.

Nessuno ne sapeva altro. Era venuto da lontano. Gli avevano detto: – A Milano, che è città grande, troverete -. Egli non ci credeva più; ma s’era messo a cercare finché gli restava qualche soldo.

Aveva fatto un po’ di tutti i mestieri: scalpellino, fornaciaio, e infine manovale. Dacché si era rotto un braccio non era più quello; e i capomastri se lo rimandavano dall’uno all’altro, per levarselo di fra’ piedi. Poi quando fu stanco di cercare il pane si coricò sulle rotaie della ferrovia. A che cosa pensava, mentre aspettava, supino guardando il cielo limpido e le cime degli alberi verdi?

 

E poi Verga ci racconta che il giorno prosegue, anche dopo il suicidio e l’inatteso sobbalzo. Si è fatta sera, tutti sono stanchi, hanno ballato e cantato e bevuto; qualcuno forse si è anche innamorato, è la vita sociale. Qualcuno a un certo punto si ricorda di quell’uomo che è morto, chissà chi era, dove andava, a cosa pensava, che cosa cercava. Ognuno ha le sue idee, ognuno racconta le storie di altri suicidi di cui ha sentito, che gli hanno raccontato nei mesi e negli anni passati, chissà se sono storie vere o piuttosto leggende che si sono sedimentate nella periferia metropolitana, come oggi sui social network… Ma poi ognuno torna a casa sua, è già tardi, domani si lavora, i treni ripartiranno tutti.

E il racconto finisce così, come era iniziato. La storia di un uomo che è stato un semplice sobbalzo nelle vite degli altri, che non è stato nulla, che non sarà mai nulla. La storia di un uomo che non abbiamo, in sostanza, nemmeno incontrato. Perché Verga, per quanto pesante e noioso, come dicono i miei alunni quando sono stanchi di me e dei miei racconti, Verga aveva capito: e nel 1890 aveva smesso di raccontare della Sicilia e dei paesi della pianura catanese e aveva capito che era a Milano che si trovava il futuro e che quello si doveva raccontare. La città, la gente, le industrie, le camere in affitto, i treni e i binari: altro che barche e campi coltivati a grano. E Verga, che era un grande scrittore, come tutti i grandi scrittori era stato capace di leggerlo prima degli altri, il futuro, e di immaginare che sarebbe stato, per tanti motivi, quello di un mondo in cui ognuno di noi è poco più che il sobbalzo nella giornata degli altri. Un disturbo, un impedimento, una schiena di troppo nella coda del supermercato, un modulo da compilare sbuffando, un tema da correggere e valutare di fretta, una macchina da superare sulla tangenziale che ci porta chissà dove, una perdita momentanea dell’equilibrio, un fastidio. Un treno perso e un taxi che ci tocca, che palle, prendere e pagare.

Verga aveva capito (da aristocratico catanese di campagna) il futuro di una città del Nord e i pericoli che ci avrebbe fatto correre, questo futuro. A noi, uomini di cento e passa anni dopo: a tutti quelli che vivono qui e che magari, come me e i miei alunni e forse anche voi, troppo spesso fanno fatica a capire, quello che invece Giovanni Verga (pesante e noioso) aveva già ampiamente capito. Che siamo un sobbalzo: e che questa è la nostra povertà. Che non perderemo la casa e la barca, come i Malavoglia, ma richiamo di perdere il senso di quello che facciamo. E quindi, anche noi come i Malavoglia, rischiamo di perdere la dignità. Che lo rischiamo tutti, ma in particolare lo rischiamo io, che sono un insegnante, e voi, che siete medici. E che in questo siamo davvero molto simili e che quindi, forse (perdonatemi se oso) questa casa in cui mi state ospitando è anche un po’ casa mia. Ed è per questo, forse, che ho accettato il vostro invito.

Perché io con i miei alunni (che palle, prof) e voi con i vostri ammalati (che palle, me lo immagino bene) siamo i primi a dover rifiutare la logica del sobbalzo. E siamo i primi a dover sapere che la persona che è davanti a noi, tra quattro mura di scuola o di ospedale non importa, non è un sobbalzo, non deve esserlo. E che dopo non basterà rimettersi a posto il cappellino e prendere un taxi. E che se invece ci basterà, è sbagliato e abbiamo torto e abbiamo fatto molto male a dimenticarci di Giovanni Verga e dei suoi racconti e di tutta la letteratura (sì, quella del liceo), che sa immaginare il futuro anche quando è diventato presente e rischiamo, noi stessi, di non capirlo più. Perché siamo pertanto noi, medici e insegnanti (che palle), a doverci fare carico della pesantezza della letteratura e della medicina e della vita sociale; è il nostro mestiere, starei per dire che è la nostra storia. L’abbiamo, io credo, imparata al liceo e non l’abbiamo più dimenticata; come, nel fondo del fondo di noi, non ci eravamo dimenticati di chi era Giovanni Verga. Ci scommetto.

Davide P.
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