Un legame infinito

    • Mi sono messo a leggere perché mi ero reso conto che non sapevo nulla.

     

    Leggo questa frase e penso che sì, anche per me è andata così. La leggo qui, su un blog famoso. Poi arrivo qui e ne leggo altre, tratte dal medesimo libro-conversazione di Marino Sinibaldi, e mi dico che sì, sono d’accordo, mi pare di poter annuire, scuotere il capo come uno che assente. A questa frase, per esempio:

     

    • È come se la lettura risolvesse la contraddizione tra l’isolamento e la confusione, tra la separazione e l’omologazione, perché è una forma relativa di isolamento, una forma salutare di separazione. Anzi, non è mai una vera separazione, è un legame infinito che la lettura ogni volta attiva con la storia dell’umanità e tutti quelli che vi hanno partecipato. Questo ti migliora? Mah, mi sembra che questo dia un senso di relatività alla tua esistenza, ma anche di profondità, ti senti parte di una storia altissima che in larga misura non meriti… Insomma, mi sembra ci sia insieme un rafforzamento e una relativizzazione dell’io. Posso dire, senza paura di fare psicologia di massa all’ingrosso, che è proprio quello di cui la faticosa personalità dei nostri contemporanei ha più bisogno oggi? Rafforzare l’ego e insieme relativizzarlo, mentre oggi sembriamo deboli e assoluti.

     

    E mi pare di poter annuire anche ad altre di queste frasi di Sinibaldi, che trovo nel breve estratto sul web; mi comprerò il libro, penso, lo leggerò. Ed è bello, mi pare, che si parli dello stato presente del libro, che se ne discuta così tanto, che si provi a intravvedere un orizzonte. Lo si fa, in questi giorni, anche grazie a Roberto Cotroneo che parla di un altro libro, scritto da Gian Arturo Ferrari sul futuro del libro. E poi, infine, lo si fa anche da parte di Gianfranco Ravasi, parlando del passato e dei libri che per primi abbiamo (noi, genere umano) scritto e letto. E di dove ci stanno portando.

Davide P.
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