tre banali allegorie

Tre idee, tutte letterarie, sono quelle che mi pare di potervi opportunamente lasciare in uno di questi giorni di festa, tra un augurio e l’altro, un panettone e l’altro, uno sfinimento e l’altro (soprattutto l’altro).

 

La prima idea è quasi banale e sarebbe del tutto inutile se non finissimo per dimenticarcela talmente tante volte da renderla originale e utilissima. Ci dice, questa prima idea, che gli scrittori sono persone, difettose come lo siamo noi lettori,e che i loro libri non coincidono con la loro vita e che quello che ci immaginiamo di loro non è quello che loro sapevano di se stessi, inevitabilmente. Il post prende spunto da due recenti biografie, una di Dostoevskij l’altra di Kafka, per giungere a questa conclusione, efficacissima:

 

Abbiamo bisogno di eroi, di scrittori rassicuranti come paesaggi nelle cartoline, ma soprattutto abbiamo bisogno di scrittori che incarnino nevrosi e dolori di un’epoca intera. Ci servono romanzieri che sappiano portare per noi il peso di tutto ciò che ci sfugge. Ci aggrappiamo a scrittori che hanno preso per noi l’onda d’urto della modernità, vogliamo scrittori parafulmini, scrittori gommapiuma, che attutiscano per noi i traumi. A parte le loro opere, li consideriamo dei giganti se riescono a sopportare ciò che per noi è intollerabile, o se sono al posto nostro ciò che noi vorremmo diventare: bandiere di valori morali, lanterne per non smarrirsi, guide.

 

Eppure, in questo nostro bisogno di scrittori che siano allegorici come le loro opere (perché è di noi che parliamo ogni volta che parliamo di un libro, savassandìr), troviamo anche imprevedibili alleati, come Primo Levi per esempio e il babelico smarrimento dei suoi giorni nel lager. Lo cita, in questi giorni, in un bell’articolo sul lavoro nel campo di Auschwitz, Nunzio La Fauci, che esordisce così:

 

“La torre del Carburo, che sorge in mezzo alla Buna […], siamo noi che l’abbiamo costruita. I suoi mattoni sono stati chiamati Ziegel, briques, tegula, cegli, kamenny, bricks, tégak, e l’odio li ha cementati; l’odio e la discordia, come la Torre di Babele, e noi così la chiamiamo: Babelturm, Bobelturm; e odiamo in essa il sogno demente di grandezza dei nostri padroni, il loro disprezzo di Dio e degli uomini, di noi uomini. E oggi ancora, così come nella favola antica, noi tutti sentiamo, e i tedeschi stessi sentono, che una maledizione, non trascendente e divina, ma immanente e storica, pende sulla insolente compagine, fondata sulla confusione dei linguaggi ed eretta a sfida nel cielo come una bestemmia di pietra”. È un passaggio di Se questo è un uomo, il libro più celebre di Primo Levi. L’accostamento che fa è suggestivo e paradossale. Del resto, molto è paradossale in quell’opera. Essa riferì d’una “(soprav)vivenza” in forma di allegorie. Dante insegna: come, altrimenti?

 

Infine c’è Roma naturalmente; con il segreto delle sue biblioteche più belle e meno note. Ve le racconta, se avete tempo, Matteo Trevisani in un post istruttivo pubblicato oggi su “Internazionale”. E parte da molto lontano, raccotando per esempio questa breve storia:

La stella più vecchia ha 2055 anni. La prima biblioteca pubblica di Roma risale infatti al 39 a.C., ed è stata realizzata da Asinio Pollione. Era stata un’idea di Cesare, che venne ucciso prima di vedere terminato il progetto. La biblioteca venne costruita poco lontano dal foro, sull’Aventino, vicino al tempio della Libertà, ed era formata da due grandi edifici gemelli e speculari, uno per i testi latini e uno per i testi greci. Fuori, sei statue omaggiavano i più grandi poeti di Roma. Varrone, il grande letterato romano, era l’unico tra i viventi a figurare tra le statue. È in quel momento che Roma oscilla tra il bisogno di conservare il suo passato e il compito di insegnare a sostenere lo sguardo verso il futuro.

Ma io ho trovato piacevolmente sorprendente tutto l’articolo; perché va oltre i luoghi comuni (le biblioteche comuni, verrebbe da dire) e disegna un percorso di libri e di raccolte assai più originale e interessante del previsto, una strada tutta da percorrere e da scoprire come se Roma fosse una città totalmente nuova, mai del tutto conosciuta da chi la percorre come cittadino o come turista. Che è caratteristica anche della letteratura, anch’essa allegorica come tutti i suoi luoghi, comuni o non comuni che siano, inevitabilmente allegorici. Ma di questo, scusatemi, un’altra volta, magari l’anno prossimo.

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Davide P.
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