C’è una domanda a cui uno come me, che fa l’insegnante nella scuola superiore, dovrebbe preparare i suoi alunni, ogni anno. Vale a dire che c’è una domanda a cui io vorrei che i miei alunni sapessero rispondere quando escono dal percorso di studi lungo il quale io, parzialmente, li ho guidati e accompagnati. Ed è invece una domanda a cui troppo spesso non sanno rispondere. Perché io non sono stato bravo, perché nel frattempo chi mi fa da datore di lavoro mi chiedeva tutt’altro, perché mi sono distratto, perché sono invecchiato male, perché gli studenti hanno studiato molto poco (nell’indifferenza generale) e si sono distratti pure loro, perché è una domanda assai difficile.

 

Per questo, lo riconosco, ho letto quasi con commozione il post che ha scritto Annamaria Testa a proposito di questa medesima domanda che tante volte, durante un quinto anno, ho rivolto ai miei studenti disorientati a proposito delle loro scelte future, ricavandone soltanto un silenzio imbarazzato e confuso. Ho letto il post della Testa e ho pensato che so di provare ogni anno a dare il mio aiuto e so anche, fin troppo bene, di non riuscirci mai. Per questo, perché è una domanda difficile e perché mi sono commosso nel leggerla sullo schermo e perché penso che tanta della nostra felicità dipenda proprio dalle risposte che anno dopo anno diamo a questa domanda, vi invito a leggere il post. Che inizia proprio così, con la domanda:

 

“C’è qualcosa – una cosa qualsiasi – che sai fare bene?”. Mi è capitato di porre questa domanda, a volte, nel corso di un colloquio di lavoro. O, più spesso, chiacchierando con uno studente in cerca di suggerimenti per il futuro. La domanda è in apparenza semplice. Dice “qualsiasi cosa” e dice “bene”, non “meglio di chiunque altro”. Eppure le persone di norma fanno fatica a rispondere. Forse temono di sembrare vanagloriose. O forse semplicemente non pensano a se stesse in questi termini, e non si sono mai poste una domanda del genere. Eppure sono convinta che avere un’idea di quel che si sa fare bene sia importante, fosse anche una cosa quotidiana come cucinare con gli avanzi, frivola come fischiare in modo melodioso, immateriale come saper chiacchierare con i bimbi piccoli, o saper ricordare, da svegli, i propri sogni.

 

Però sono assai facile alla commozione in questi giorni. E quindi, confesso pure questo, mi sono commosso per la morte di Leonard Cohen, anche. Come non mi ero commosso per la morte di altri cantanti come lui, italiani o stranieri, come non mi commuoverò in futuro per altri che moriranno prima di me, siano essi stati premiati o meno, cantanti o meno, poeti o meno, non mi interessa. Ma per Leonard Cohen ho dovuto fare un’eccezione, soltanto per lui (e la farò forse anche per un altro: ma ve lo confesserò quando sarà il momento, speriamo tardissimo…). E se per caso vi steste chiedendo perché proprio per lui e (quasi) soltanto per lui, ecco, c’è un brevissimo post antologico che, nella sua confusione, si avvicina a dare la risposta che, nella mia confusione, potrei forse darvi anche io. Lo ha scritto Francesco Pacifico e dice, oltre al resto, anche queste parole, che sono in un modo insospettabile (non sorprendetevi) anche una dolorosa (e per questo spaventosamente autentica) risposta alla domanda che io pongo ogni anno ai miei alunni di quinta e a cui molto spesso loro non riescono a rispondere:

 

Non c’è una cosa importante della vita su cui Cohen non abbia calato la dolcezza del suo senso dell’umorismo, e non c’è cosa su cui abbia riso che abbia perso perciò profondità. Una delle sue canzoni più importanti, “The Tower of Song”, racconta con leggerezza la pesantezza della vocazione artistica:

 

    Be’, i miei amici non ci sono più e ho i capelli grigi
    Soffro dove un tempo giocavo
    E sono pazzo d’amore ma non ci provo con nessuno
    Solo, pago l’affitto ogni giorno
    Nella Torre della Canzone
    Ho detto a Hank Williams: quanto peggiora la solitudine?
    Hank Williams non ha ancora risposto
    Ma lo sento tossire tutta la notte
    Cento piani sopra di me
    Nella Torre della Canzone
 

(La trovate citata anche qui, e forse spiegata meglio, se Cohen vi piace come piace a me…)

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Davide P.
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