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Serve essere felici?

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A cura di Claudio Cuccia

Inizia un nuovo anno che da sempre si saluta con inni alla felicità: «Felice anno nuovo, miei cari». E felice sia, l’anno che verrà, così che anche le malattie cardiovascolari diverranno più liete (riduzione della mortalità descritta da più parti – 1-4 –).

Ma sarà vero? Si riduce realmente la mortalità se si è felici?

Certo che sì, perché dubitarne?

 

Gli inglesi, però, scettici per natura – oltre che per le condizioni meteo e per il cibo non un granché –, non ci stanno a godere di un saluto beneaugurante, no, loro decidono di misurare il reale rapporto tra lo stato di felicità e le malattie cardiovascolari (e non solo). In un lavoro dal titolo inequivocabile: «Does happiness itself directly affect mortality?», descrivono i risultati di 10 anni di osservazione di quasi un milione di donne inglesi e scozzesi di età tra i 50 e i 70 anni (5). Con tutti i crismi di una sacrosanta ricerca scientifica, chiedono alle signore: «How often do you feel happy?», dopodiché collocano il sentimento nel contesto generale della persona, lo mescolano ben bene ed ecco cosa ne esce.

 

Il 39% delle signore inglesi e scozzesi è proprio beato, felice per la maggior parte del proprio tempo, il 44% è ‘di solito’ felice, il 16% lo è solo ogni tanto, l’1% non lo è mai. Sembra che la felicità transiti attraverso il passar del tempo (le ultrasessantenni sono felici, sotto i 55 molto meno), la cultura scarsa, l’esercizio fisico strenuo, una bevutina ogni tanto, un partner, una sana relazione in gruppo (soprattutto se illuminato da Dio) e, dulcis in fundo, una bella dormita (fatta eccezione per la faccenda del partner, non vi pare un’invocazione alla decrescita?). Se poi è vero che non fumare non rende felici, è altrettanto vero che chi fuma va a braccetto con l’infelicità. Ammalarsi? Non fa bene alla mente, e per saperlo probabilmente non serviva scomodare il data-base del «prospective UK million women study».

CUCCIA serve essere felici F1

Vi risparmio l’analisi dettagliata dei risultati, espressi con l’indifferenza che non si meritano nemmeno le ricerche sul colesterolo o sugli emboli che vagano qua e là per le arterie (leggere il lavoro per credere) e risparmio soprattutto la discussione su come sia stato indaginoso ‘aggiustarli’, i risultati, e farlo per gli usuali elementi che ne confondono l’interpretazione obiettiva. Sta il fatto che, finora, sembra si siano confuse le cause con gli effetti, visto che la sostanza delle cose risulta essere la seguente: l’infelicità si associa a un cattivo stato di salute (leggi aumento della mortalità) soltanto perché è la cattiva salute a dare un calcio al sentirsi bene. Nasce insomma prima l’uovo e non la gallina, sono le cattive abitudini (e la sfortuna di ammalarsi) a far del male, non l’infelicità per se. In estrema sintesi, i colleghi inglesi ci dicono che non c’è alcuna evidenza che l’infelicità o lo stress aumentino la mortalità, o che, purtroppo, la felicità, il sentirsi rilassati, lo star bene di testa, la riducano.

 

Mah, sarà proprio così?

 

Chissà, comunque sia, il mio augurio è di un felice 2016, cari lettori. Che il nuovo anno vi sorrida, sorrida a voi e a chi, meschino, altro non fa che misurare, seppur con la statistica più raffinata, la gioia di stare al mondo, che sarà pure strano, il mondo, ma è ciò che abbiamo, e con cui dobbiamo serenamente convivere. Chiudiamo pertanto la prima notizia ohibò dell’anno con la frase che a sua volta chiude un bel romanzo italiano dell’Ottocento:

…si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio.

Lui, il siùr Lisander, non sbaglia mai.

 

Bibliografia

  1. Diener E, Chan MY. Happy people live longer: subjective well-being contributes to health and longevity. Appl Psychol 2011; 3: 1–43.
  2. Pressman SD, Cohen S. Does positive affect influence health? Psychol Bull 2005; 131: 925–71.
  3. Boehm JK, Kubzansky LD. The heart’s content: the association between positive psychological well-being and cardiovascular Psych Bull 2012; 138: 655–91.
  4. Chida Y, Steptoe A. Positive psychological well-being and mortality: a quantitative review of prospective observational studies. Psychosom Med 2008; 70: 741–56.
  5. Liu B et al. Does happiness itself directly affect mortality? The prospective UK Million Women Study. Lancet, Published online December 9, 2015 http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736(15)01087-9

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Claudio Cuccia
Claudio Cuccia
Past President, Webmaster. Direttore del dipartimento cardiovascolare, Fondazione Poliambulanza Istituto Ospedaliero

3 Comments

  1. marco negrini ha detto:

    Grazie Claudio di averci presentato questo importante studio che correva il rischio di passare inosservato nella grande mole delle pubblicazioni scientifiche.
    Non ho ancora avuto modo-oberato dai turni – di studiare il paper in esteso e il commento editoriale che “riassume” con gelida indifferenza, gli esiti dello studio : “Happiness and unhappiness have no direct effect on mortality”.
    Ma comunque, considerando i dati che ci presenti seppure in sintesi, non credi che questo studio potrebbe partecipare a pieno titolo per il 2016 allo IgNobel?
    Grazie ancora e molti saluti
    Marco Negrini

    • Claudio C. ha detto:

      Caro Marco, penso tu abbia proprio ragione.
      Non peraltro ho cercato di rincuorare tutti con la frase di Manzoni, che volge le cose nel giusto senso .

      Buon anno a te, e che la tua felicità sia contagiosa.

  2. Marco Negrini ha detto:

    Caro Claudio, grazie per il tuo commento.
    Ma c’è un aggiornamento sul problema in oggetto che non potevo prevedere.
    Contrariamente al citato studio di Oxford “Happiness and unhappiness have no di rect effect on mortality”, uno studio USA, sui dati del famoso “Nurses’ Health Study, dimostra che le donne (infermiere) che vano spesso in chiesa vivono più a lungo e si ammalano meno di tumore e di malattie cardiovascolari (Li S. et al, JAMA Internal Med., online May 16, 2016). L’editoriale di accompagnamento (Dan German Blazer, Duke Univ., ibidem) sottolinea i limiti dello studio (effetto placebo?) ma anche la potenza statistica. Certamente è necessario approfondire questi dati. A mio parere, non può essere sottovalutato un effetto benefico della meditazione e della riflessione (effetto autoanalitico?). Sarebbe utile un parere psicologico/analitico (di qualunque scuola, Cognitiva, Freudiana, Junghiana, Lacaniana, etc. etc.).
    grazie e molto cari saluti
    Marco Negrini

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