scappare via

 

In questo momento, la finestra che sta appena dietro il monitor su cui scrivo queste parole è aperta; e, dalla finestra aperta, io posso vedere decine, centinaia di persone che passano, con lo zaino, le borse e il bastone per i selfie in mano, posso ascoltare i loro discorsi, le loro incertezze e le loro piccole infinite discussioni sulla strada che è meglio fare o non fare, e ogni tanto qualcuno mi fa un segno da là fuori e allora io mi affaccio e cerco di essere gentile come mi hanno insegnato nei posti del sud Italia che amo, a volte esco addirittura e do informazioni a quelli che passano, i quali sorridono e gentilmente mi ringraziano e si avviano, verso il paese e verso il lago, che sta 500 metri più in giù, felici della loro escursione domenicale che sta per cominciare… Cos’è successo, insomma?

È successo che ieri hanno aperto «The floating piers» (e ne hanno parlato pure sul New York Times), questi chilometri di moli galleggianti sul lago, rivestiti di un tessuto arancione cangiante e bellissimo visto da qui, che permettono una specie di camminata sulle acque, libera e gratuita, un po’ miracolosa anche se affollata e non proprio organizzata alla perfezione… Ed è interessante, per me, guardare questa gente che arriva, tantissima, e si butta a camminare sull’acqua di questo lago poco conosciuto e un po’ triste che ho scelto tanti anni fa, proprio perché era un po’ triste e quasi sempre malinconico. Io non sono di qui, infatti; questo non è il posto in cui sono nato, che è sul mare; e non è nemmeno la città che ho scelto a vent’anni, che è Milano, e da cui me ne sono andato, perché costretto; e non è nemmeno la città che altri avevano scelto per me, da cui sono fuggito (letteralmente) più di dieci anni fa. Questo, in verità, è il luogo in cui avevo scelto di scappare, questa è (era) la mia fuga da fermo, il mio nascondiglio, il luogo in cui mi ero buttato per non essere più riconosciuto da nessuno, per non essere mai più trovato. E invece, guardate un po’.

È da ieri che penso a questa strana sorte che hanno le persone e i luoghi, quando si incrociano; perché è da ieri che sono in mezzo alla folla, alle urla, ai selfie, al casino, al passaggio degli esseri umani: proprio nel luogo che avevo scelto soltanto perché non c’era e non ci veniva nessuno, a parte quelli che ci erano nati, che per natura parlano poco e con cui ho sempre potuto parlare pochissimo. E quindi ho pensato che l’argomento di oggi debba essere per forza la fuga, lo scappare via, l’andarsene.

E ho letto una recensione di un film  che parla di una fuga e di un carcere (e da cosa si fugge, se non da un carcere?) e spero tanto che il film sia bello la metà di quanto è bella la recensione (leggetela, ve lo consiglio, anche se non andate al cinema, leggetela come se fosse una storia a sé, perché è bellissima già così); perché, se così fosse, sarebbe un film molto bello. La recensione, scritta da Caterina Serra, dice questo:

 

Perché è così che vivono i protagonisti di questa storia, dentro il carcere come dentro un luogo familiare, anzi, come dentro casa, che è lì, che ti aspetta, ogni volta, ogni giorno, che c’è, che tu sia dentro che tu sia fuori. Se, come sembra, il carcere non è poi così distante dalle prospettive, dalle possibilità che vede per sé un adolescente. Come se il crimine, una rapina, fosse un modo che si ha, o fosse il solo modo che resta a chi nasce e cresce in una città in cui la piazza con i suoi simboli di cittadinanza, appartenenza, convivenza sociale non si sa dove sia, o dove sia finita.
Ma di questo il film sembra non voler parlare, e magari fa bene, perché il rischio sarebbe di giudicare questi ragazzi. Che, invece, vengono visti come due nuovi Romeo e Giulietta, ostacolati, impediti, non dal potere castrante di un ordine sociale, ma dal codice di un regime carcerario che impedisce loro i gesti, gli atti, perfino le parole dell’amore.

 

Ma anche un libro, se vogliamo parlare di fuga. E a me viene sempre in mente il Pereira di Tabucchi (mi viene in mente Mastroianni che lo interpreta, a dire il vero), anziano, stanco, ammalato, che però trova l’ultimo briciolo di energia per ribellarsi e andarsene da Lisbona (ce l’avete un po’ di voglia di scappare a Lisbona, immagino, a guardare la luce del sole sul Tago…), quel flebile potentissimo no pronunciato da un vecchio letterato che si credeva incapace di qualsiasi gesto che non fosse un’obbedienza e invece… Il libro è facile, quindi, ed è Sostiene Pereira, di Antonio Tabucchi.

Ma, per chiudere e ripensare alla fuga possibile, anche un luogo, che non si sa mai che vi venga davvero la voglia di… Il luogo è la New Orleans raccontata qualche giorno fa da Anna Maria Testa, così ovvia e piena di turisti, penso io, che ci si potrà confondere facilmente tra di loro, senza dare nell’occhio, con uno zaino e un bastone per i selfie da usare come maschera, per essere indistinguibili finalmente, mimetizzati davvero in un luogo lontano e impossibile, non come sono io adesso, l’unico chiuso dentro la finestra mentre tutti passano fuori e mi guardano e forse si dicono, «guarda quello lì che abita in questo piccolo paese», «chissà come si sta qui, tutta la vita, in questo posto così lontano da tutto», «saluta il signore alla finestra, Matteo, che è stato così gentile», e magari qualcuno di loro farà una foto anche a me, come a un indigeno, entro stasera.

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Davide P.
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