Reali finzioni

«Anonimka», la delazione firmata da mano ignota, è stata l’arma più letale del totalitarismo comunista. Ai tempi di Stalin era un biglietto per il Gulag e, in tempi meno feroci, poteva significare il licenziamento, l’espulsione dall’università o un umiliante iter di giustificazioni e indagini. In un sistema repressivo basato sullo spionaggio sfuggire al controllo era quasi impossibile, in Urss ci voleva un lasciapassare anche per entrare in biblioteca. […] La paura dell’orecchio indiscreto veniva assorbita fin da bambini, e la capacità di dire le cose giuste pensandone altre diventava quasi automatica già a scuola. Rilassarsi poteva essere mortale, il delatore poteva essere dovunque, a raccogliere le confidenze davanti a un bicchiere di vodka, e nulla era prezioso come un amico che segnalava agli altri un sospetto spione, di solito battendo con le nocche sul tavolo per indicare che quello è uno «stukach», «uno che bussa». Alla porta innominabile che tutti avevano paura di varcare.

 

Ho letto queste righe pubblicate ieri da Anna Zafesova e ho pensato che anche queste vicende, spesso raggelanti, le ho meglio conosciute grazie all’arte e alla letteratura che ai libri di storia. E anche Zafesova, infatti, cita esplicitamente il film «Le vite degli altri», che pure parlava di DDR, Germania dell’Est. Ma a me sono subito venuti in mente Arcipelago Gulag di Solženicyn, che è un classico della narrativa storiografica antisovietica, a metà tra inchiesta e romanzo autobiografico, e ancora di più il bel romanzo di Emmanuel Carrère, Limonov, che è stato uno dei migliori libri tradotti in italiano nel 2012 e che ho letto da poco.

 
Ma, giacché ci piace andare alla ricerca di titoli anche meno noti di quelli classici (e molto belli) di cui sopra, e visto che stiamo parlando di narrativa e di finzione che si mescolano alle ricostruzioni storiografiche, mi viene in mente che uno dei libri più belli che ho letto negli ultimi mesi è senz’altro il romanzo (romanzo?) di Clara Usón che si intitola La figlia e che forse non ha avuto il successo che meritava. Il quale romanzo racconta, attraverso gli occhi di una giovane donna (morta suicida nel 1994) che ebbe il solo torto (o quasi) di essere la figlia di Ratko Mladić, il boia di Srebrenica, le guerre che hanno dilaniato non molti anni fa la ex Jugoslavia. A volte, mi capitò di pensare mentre leggevo quello struggente e per molti versi terribile libro, le parole della finzione sanno raccontare il reale come i dati della storia non sarebbero mai capaci di fare

Davide P.
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