Tra le cose che ho voglia di fare oggi, in questa pagina virtuale, c’è sicuramente quella di consigliarvi due recensioni che invitano a diffidare di due libri, in modo che non vi venga la tentazione di comprarli; oppure che vi venga, la tentazione, ma che riusciate a farvela passare. Perché da tanto tempo ormai mi succede che le recensioni che leggo mi fanno venire voglia di comprare libri appena usciti, e io li compro, e poi i libri sono brutti e io rimpiango i pochi euro che ho speso per comprarli (e maturo un certo malanimo nei confronti dei recensori, anche). Per cui, sempre più spesso (sarà l’età, oppure una pessima disposizione dell’animo), mi scopro ad apprezzare molto le recensioni che, esplicitamente o no, mi fanno capire che è meglio che non compri niente, che da quel libro non ho nulla da imparare e che i pochi euro potrò spendermeli per qualcos’altro, magari proprio un altro libro, più bello, quando uscirà, se mai uscirà (questo è secondo me un libro bello, per esempio: e non rimpiango nessuno degli euro spesi per comprarlo).

 

Una delle recensioni che vi propongo oggi dice invece così:

 

Io, per me, devo dire, a questo punto credevo d’aver capito potevo fermarmi anche lì, solo che l’introduzione c’era un’altra paginetta avevo pensato che potevo andare avanti leggerla tutta. Nella seconda paginetta Farinetti scriveva: «se trovate pezzetti riportati da Wikipedia non vedetela come una cosa negativa. Mi piace copiare, è tutta la vita che lo faccio e mi son sempre trovato bene». E lì, devo dire, ho pensato “Ma dài»”, e mi son detto che forse alla presentazione era meglio se non ci andavo. Solo che poi, ormai avevo comprato il libro, ci sono andato.

 

L’altra invece (che meravigliosamente si intitola “La trappola del surgelato”) dice così:

 

Ve lo giuro un mescolone senza senso, peggiorato dal fatto che a Bolzano nevica, che nessuno riesce a fidarsi dell’altro, che il gelido vento dei balcani (cit) soffia tra di loro, che la polizia a Bolzano si vanta che non ci siano delitti e, insomma, ‘sto ragazzino scomparso è proprio una rogna. Insomma, siamo in pieno surgelato time. Il finale è comunque la parte peggiore: una ridicolaggine contorta così estrema che io mi domando come abbiano potuto pubblicarlo. Cioè, c’erano mille finali più plausibili e meno contorti, invece, in cinque pagine scopriamo cinquemila altarini e un piano che neanche un film di fantascienza.

 

E lascio quindi a voi l’onere di andare a capire chi siano gli autori dei libri che le recensioni ci invitano a non leggere.

 

Ma senza bellezza, in una domenica come questa che è la prima di giungo, è molto difficile restare. Per cui non mi va di chiudere qui, immerso nel malanimo dei libri brutti che mi è toccato comprare e leggere e buttare via. Perché ci sono parole che vanno oltre ogni bruttezza, oltre ogni libro sbagliato, oltre ogni tentativo di fare i furbi con le pagine. E oggi la bellezza ha il nome di una poesia di Borges che trovate splendidamente introdotta dalle parole di Roberto Mussapi (e non so contare le volte che le parole di Mussapi sono entrate con la forza del loro incanto in queste mie pagine virtuali…); il quale Mussapi scrive, splendidamente, così:

 

… Ogni cosa è parola. Ogni parola quindi compone il mondo, nel suo mistero, che ci strazia: la confusione di Babele e la sua conseguente rovina, il nostro se stesso, – chiamiamolo così, e non l’“io” della religione freudiana – «la mia vita che non intendo», che nessuno intende, e l’agonia per la nostra natura enigmatica, per il mistero stesso. Ma nell’ombra, nello spazio indicibile dietro alla parola, appare, lieve, pronto a svanire, un segno preciso, l’ago di una bussola, simile a un orologio visto in sogno. Come un uccello che vediamo fremere, in sonno: segno di una vita profonda, simile al mondo di Plotino, un’anima che soffia invisibilmente se non nei momenti d’incanto, sogno sonno ombra, custodi del segreto della carne che palpita.

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Davide P.
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