non luoghi

Più ci penso (e vi devo confessare che ci penso molto, non so perché), più penso che i non luoghi non esistano. Che siano soltanto un’espressione del linguaggio, insomma, puro flatus vocis, nient’altro che una piega delle parole che abbiamo inventato per avere qualcosa da dirci sul mondo che fatichiamo a comprendere. I luoghi sono tali perché ci andiamo noi, esseri umani, e li mettiamo in relazione con il nostro sguardo. È così che i luoghi esistono.

 

Però è vero (sono costretto a pensare anche a questo) che alcuni luoghi sono, per così dire, più lenti e dilatati di altri, concedono pausa, ci fanno sentire fuori dal mondo per come solitamente lo abitiamo. A me succede così, per esempio, sui mezzi di trasporto. Non solo quelli pubblici, in verità, anche quelli privati: la mia auto, per esempio, assomiglia a una bolla in cui mi siedo e mi muovo, ma soprattutto in cui penso a me stesso e rifletto, e il tempo mi passa sopra come se per un po’ non esistesse. Ma più che un non luogo, a dire il vero, è un non tempo.

 

Anche per questo, io credo, ho trovato molto bello (e starei per dire: molto poetico) il lungo pezzo scritto pochi giorni fa da Paolo Nori che si intitola Autobiografia emotiva con mezzi di trasporto. Lo trovate qui e ve ne consiglio caldamente una lettura meditata. A me, per esempio, è piaciuto moltissimo questo lungo passaggio sulla ferrovia transiberiana, che mi pare molto eloquente su come siano fatti i luoghi (cioè, dalle persone che li abitano e che raccontano le loro storie, tutto qui: compresi dunque aeroporti e centri commerciali e autogrill, secondo me):

 

La cosa più avventurosa che ho fatto in Russia, nei ventisei anni che frequento la Russia, è stato un viaggio in treno, sulla Transiberiana, sette giorni di treno da Mosca a Vladivostok che mi ci aveva mandato una rivista di viaggi col compito di raccontare quello che succedeva sul treno. Allora io, all’inizio, non volevo dire che ero lì per scrivere quel che succedeva sul treno, altrimenti i russi che c’erano lì sarebbero stati poco spontanei, pensavo, allora i primi tre giorni praticamente li ho fatti in incognito non ho detto niente a nessuno, nessuno mi ha detto niente non avevo niente da scrivere, i primi tre giorni. Che per essere la cosa più avventurosa che ho fatto in Russia è cominciata in un modo non avventurosissimo, bisogna dire […] Dopo, era il terzo giorno, avevo chiamato l’inserviente della mia carrozza, gli avevo confessato che io ero uno che scriveva dei libri che ero stato mandato sul treno per scrivere quel che succede sulla transiberiana e che l’articolo sarebbe poi uscito su un giornale italiano che in Italia eran tutti molto curiosi di sapere cosa succedeva sulla transiberiana. E lui mi aveva raccontato la sua esperienza sulla transiberiana e poi era uscito e dopo un minuto avevo sentito bussare alla porta era l’inserviente della carrozza vicina mi aveva chiesto «È lei che vuol sapere qualcosa sulla transiberiana?». E da quel momento, i russi che erano sul treno mi venivano a cercare loro, per raccontarmi le loro storie. Ce n’era un altro, suo figlio era a militare, eran delle settimane che non gli scriveva più, lo andava a cercare in caserma che non sapeva cos’era successo. Ce n’era un altro, lavorava nella moda, era molto timido, ci aveva messo tre giorni per chiedermi la cosa che doveva chiedermi. «Ma tu, – mi aveva detto alla fine, – Gianfranco Ferré… lo conosci?».

 

Poi, senza che c’entri nulla con il resto, volevo dire una piccolissima e inutile cosa sul numero chiuso nelle facoltà umanistiche dell’Università di Milano. La cosa che volevo dire è che io penso che sia una cosa abbastanza giusta e inevitabile, questo numero chiuso. E però, lo stesso, è importante aggiungere che il numero chiuso è diventato necessario soltanto perché a un certo punto gli insegnanti (quasi tutti) hanno smesso di bocciare agli esami e hanno cominciato a dare volti alti a tutti, quasi sempre. Lo hanno fatto perché era impossibile fare diversamente, non lo so; oppure perché li hanno costretti, non lo so; oppure perché bocciare le persone è molto scomodo e faticoso, questo lo so, mentre promuoverle tutte è molto facile e comodo, anche questo lo so, e un test di ammissione è la più comoda (e forse pilatesca) delle soluzioni. Però, insomma, lo hanno fatto in troppi. Ed è così che le cose, a volte, diventano necessarie e inevitabili.

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Davide P.
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