molto errò

Se, come altrove ho già avuto modo di scrivere, le ricorrenze non servono affatto a ricordare chi abbiamo perduto ma a indicare la strada che abbiamo fatto dopo che lo abbiamo perduto, direi che il trentennale della morte di Primo Levi, che ricorre oggi, è qui a dirci che non abbiamo fatto molta strada, probabilmente pochissima, qualche sparuto passo in una direzione che non sappiamo nemmeno bene quale sia. «Mai così presente, mai così necessario», scrive oggi, sulla Stampa, Ernesto Ferrero; ed è impossibile non dargli ragione.

 

Per cui le parole che servono oggi sono poche; e la ricorrenza della morte del più grande scrittore italiano in prosa del secolo scorso è, quasi quasi, del tutto inutile. Ci sarà magari utile ricordare la coerenza delle sue opere, come fa molto efficacemente anche oggi Carlo Ossola. Forse ci farà piacere (ma non sarà molto utile) celebrarlo come si fa con gli scrittori ormai lontani, come fa Piero Sansonetti, sempre oggi (ma Primo Levi è troppo vicino perché articoli come questo siano necessari). Più facilmente, ci sarà importante rileggere i suoi libri, le sue poesie, anche solo le sue interviste, come questa, ricchissima, pubblicata su «Doppiozero»: dalla quale, come un omaggio allo scrittore che non riusciamo a smettere di portarci dietro, autore del libro che «reincontreremo al Giudizio Universale» (sono parole di Claudio Magris), mi piace estrarre questa risposta, perché è di Ulisse in viaggio tra le bestialità del mondo, io credo, che stiamo ancora parlando:

 

Non ha mai pensato, per davvero o per scherzo, a un’epigrafe che le piacerebbe avere sulla tomba?

Ci ho pensato in termini un po’ diversi, perché come le dicevo l’idea della morte non mi entusiasma, non mi ci soffermo molto, non ci ho quindi pensato come epigrafe. Avevo sì in animo di farmi un ex libris senza il mio nome proprio ma solo col cognome, in modo che fosse ereditabile dai miei figli, con sopra due parole greche che sono del secondo verso dell’Odissea pollà plankte, cioè “molto errò”.

 

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Davide P.
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