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memoria ripassata

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Ci sono libri che, quando escono, servono più che altro a darci misura della nostra distanza. Che sarà poi la distanza da un luogo, o da un tempo, o da una compagnia che abbiamo perduto; ma più facilmente sarà invece la distanza da noi stessi, da ciò che siamo stati e che non ricordiamo più, giacché sono inutili i giorni della memoria giacché è la stessa memoria a stratificare ricordi uno sopra l’altro, cancellandoci e rendendoli indistinguibili, da noi stessi indistinti.

 

Per questo certi libri, quando escono, ci sono molti utili: perché ci raccontano (ci provano) come siamo arrivati fino a qui, quali incroci abbiamo perduto, quali panorami abbiamo trascurato, da dove siamo partiti. Io, per esempio, sono partito da Cesare Pavese, quando ero ragazzo. Era il Pavese che scriveva le poesie di Lavorare stanca e che raccontava una Resistenza mai vissuta nella Casa in collina; ma era anche il Pavese che traduceva Steinbeck, a dirla tutta. Pavese mi entrò in casa così, dentro libri sgualcitissimi, appartenuti a zie e ad amici di famiglia di cui nemmeno ricordo il nome. E dunque misuro molto passaggio di tempo nel leggere di questo libro che lo racconta nel suo «mestiere» (lo so, lo so…), che allora mi era del tutto ignoto e che invece per anni ho frequentato, a tratti pensando che fosse pure il mio. E misuriamo quindi i nostri passi (e forse anche i nostri errori) per esempio quando leggiamo queste righe:

 

Pavese lavorò sempre per promuovere l’idea di cultura einaudiana più che un interesse personale. Non mancano, certo, preferenze immotivate o giudizi frettolosi, ma l’apporto di Pavese rimane sempre quello di un dipendente disciplinato: abile organizzatore, infaticabile lavoratore, ottimo “motivatore” (con modi bruschi o dolci a seconda delle simpatie o del prestigio di colleghi o collaboratori), ma pur sempre parte di un ingranaggio (anche se ai livelli più alti). Anche nelle famose “riunioni del mercoledì” egli «parlava poco»: la gran parte del lavoro preferiva svolgerla nell’ombra, tessendo una fitta ed efficiente rete di collaboratori per far funzionare la macchina editoriale e lasciando ad altri l’onere di esporsi pubblicamente.

 

Oppure queste:

 

Nel lavoro Pavese trovò un equilibrio: era il luogo dove la sua fatica di traduttore o di poeta trovava realizzazione concreta, le idee maturate astrattamente tra liceo e università germogliavano. Non dimentichiamo, come ci ricorda Ferretti, che Pavese fu anche editore di se stesso: un uomo che, oltre alle incombenze professionali, trovò il tempo di scrivere romanzi e poesie, di coltivare le proprie passioni e amicizie, di viaggiare.

 

Ma se Pavese era già negli anni Ottanta un fantasma, lo stesso non si può certo dire di Sciascia. Da cui, dobbiamo dirlo, tutti in qualche modo siamo partiti, magari scalciando e imprecando, è accaduto, ma sapendo che le sue parole le avremo comunque ascoltate e che con quelle avremo senz’altro fatto i conti, prima o poi, magari adesso.

 

E sono conti importanti quelli che ci costringe a fare la raccolta di scritti che si intitola, quasi per destino, A futura memoria. Ed è importante anche la recensione che ne ha fatto Claudio Giunta, raccontando di un libro che io credo non potremo non leggere nei prossimi giorni. Perché certe distanze ci dicono chi siamo molto più di altre vicinanze. E così vicini a Sciascia, probabilmente, non ci siamo mai sentiti. Così scrive Giunta:

 

Per quelli che hanno letto tanti libri senza essere davvero esperti di niente, i saggi di Sciascia rappresentano una specie di risarcimento: la promessa, o la prova, che un’intelligenza e una cultura superiore possono avere una visione delle cose più profonda e più vera di quella consentita dallo specialismo. Naturalmente, Sciascia non è stato l’unico intellettuale del secondo Novecento a parlare delle cose del mondo guardandole dall’alto, dalla specola della letteratura e della filosofia; ma a differenza di Pasolini e di Fortini, Sciascia non aveva, a proteggerlo, l’armatura di un’ideologia. Ciò significa che nessuna idea preconcetta condizionava i suoi movimenti dando un corso obbligato alle sue idee: il che si apprezza particolarmente in tempi anideologici come dovrebbero essere questi. Sciascia non legge la realtà attraverso il filtro di Marx o di Adorno: adopera Manzoni, Pirandello, Brancati, Savinio, Stendhal, e li adopera non per riprodurre la loro visione del mondo ma per assorbire qualcosa della loro saggezza: non crede che Manzoni abbia ragione quando parla della Provvidenza, crede che ce l’abbia quando riconosce in don Abbondio un emblema del trasformismo e della viltà italiana.

 

E così, straordinariamente, scriveva Sciascia:

 

I cortei, le tavole rotonde, i dibattiti sulla mafia, in un paese in cui retorica e falsificazione stanno dietro ogni angolo, servono a dare l’illusione e l’acquietamento di far qualcosa; e specialmente quando nulla di concreto si fa. I ragazzi bisogna lasciarli a scuola, che bene o male ancora serve. Se qualcosa di serio si vuol fare, perché non dar loro quella trentina di illuminanti pagine sulla mafia che si trovano nel libro I ribelli di Hobsbawm? Se ne può fare un opuscolo da distribuire largamente, e impegnando gli insegnanti a spiegarlo nel contesto della storia siciliana e nazionale. Costerebbe meno di quanto costano, in denaro pubblico, certe manifestazioni ‘culturali’ contro la mafia. E qui tocchiamo altro punto, di un discorso che si deve pur fare sullo sperpero enorme del denaro pubblico per manifestazioni ‘culturali’. Ma tornando al sindaco di Palermo…

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Davide Profumo
Davide Profumo
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