memoria del presente

Ci sono giorni in cui è facile chiedersi perché si fa quello che si fa, e se magari si dovrebbe farlo in altro modo, o semplicemente non farlo più. Io, per esempio, che di lavoro trasmetto memoria e conoscenza storica e letteraria, mi trovo sempre più spesso a chiedermi (nei momenti più delicati, quando è facile non dormire) se abbia ancora un senso questo mio trasmettere memoria e perché ne abbia e a cosa possa servire la memoria che (spesso inutilmente) vorrei far passare agli altri (si chiama anche «tradizione», o «memoria collettiva»: ma insomma, ci siamo capiti…)

Ecco allora che mi pare non irrilevante il breve discorso sulla memoria che ho trovato oggi su un sito che frequento sempre con piacere e profitto. Il post inizia così, con una domanda posta ai lettori, cioè a me e a voi:

Prima di continuare a leggere questo articolo provate a fare un brevissimo esercizio mentale (ci vogliono pochi secondi): immaginate che la vostra mente sia un luogo in cui potete entrare e muovervi. Immaginate di arrivare proprio là dove c’è la parte che chiamate “memoria”. Poi, guardate bene com’è fatta questa parte.

Bene: a che cosa somiglia quello che avete visto? È come una biblioteca? Come un magazzino? Come una soffitta piena di bauli misteriosi? Come un enorme computer, con luci che lampeggiano velocissime? È come una centrale di controllo piena di schermi? Un impianto industriale? È come il laboratorio di un alchimista? O come una caverna piena di tesori, o una foresta? O vi si è presentata un’altra immagine ancora? O più immagini insieme?

 

Ecco, immagino che anche voi ci stiate adesso pensando. Io ho subito immaginato uno sterminato archivio, con cassetti di varie dimensioni ed etichette di vari colori… Poi però, è stato un attimo, ho capito che era un’altra cosa quella che cercavo di insegnare con la mente: ed era non un archivio, ma una specie di macchina per collage, qualcosa che faceva a pezzi colorati il mio passato e lo ricomponeva secondo un disegno caleidoscopico e imprevedibile, ogni giorno un po’ diverso dal giorno precedente… E infine, mi sono fermato sul caleidoscopio e ho pensato che era esattamente quella la forma della mia memoria. E poi sono andato avanti a leggere, e penso di aver fatto bene.

Ma prima di chiedere, un altro minimo consiglio di lettura. Ho letto infatti una splendida recensione di Romano Luperini su due libri appena usciti, due saggi sulla contemporaneità e le sue contraddizioni. Del primo, I destini generali di Mazzoni, ho già scritto più di una volta, e non mi dilungo. Il secondo si intitola invece Stato di minorità e lo ha scritto Daniele Giglioli: non l’ho ancora letto (lo farò presto) e quindi mi limito a saperne quel che ne ha scritto Luperini (e, se volete approfondire, anche quello che ne scrive Emanuele Zinato, sotto il titolo: Disagio o disperazione?). Ecco, va’ a sapere perché, quando non dormo e penso al mio trasmettere la memoria, mi capita a volte di pensare proprio quello che scrive Mazzoni, e quindi di rispondermi «no, non ha nessun senso trasmettere memoria, nessuno»; altre volte invece mi pare che ne abbia ancora e forse, anche se ancora non l’ho letto, credo che abbia ragione Daniele Giglioli; ed è, quindi, come se la disperazione avesse assai più forza del disagio.

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Davide P.
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