Medici pazienti

Chi non vorrebbe che un buon medico sia innanzitutto appassionato alla sua disciplina e dedito ad approfondirne continuamente i molteplici aspetti? Chi non pensa che un buon medico debba essere soprattutto una persona riflessiva, che ascolta e medita, e compone insieme con prudenza i tanti aspetti delicati che intervengono nella formulazione di una buona diagnosi e di una terapia efficace? Chi potrebbe non desiderare che il proprio medico sia una persona colta e consapevole di operare nell’ambito forse più complesso che esista, in cui intervengono disparate forme di conoscenza scientifica, capacità pratiche e psicologiche e doti umane?

 

Approfitto dunque di nuovo del vostro essere pazienti, non solo medici, per riproporvi la riflessione sul percorso di accesso alla professione medica di cui qualcosa avevo già scritto qui. Lo faccio usando le accorate parole di Giorgio Israel, che in questi anni ha detto e ripetuto, a proposito di scuola e università, parole che è sempre piuttosto facile condividere.

 

E personalmente, ve lo confesso, trovo che questo sia un tema importantissimo (e mi stupisco anche del silenzio un po’ assordante della categoria dei medici a tal proposito) da cui in nessun modo possiamo smarcarci, medici e pazienti: perché ho visto, in questi ultimi anni, troppi miei alunni riflessivi e studiosi essere scartati da un test di ingresso che favoriva invece i ragazzi rapidi e superficiali; e mi sono dispiaciuto di sapere che proprio loro non saranno medici e che non potrò affidarmi alla loro prudenza e cultura quando avrò bisogno di cure. So che non è sempre così (ci mancherebbe), ma so che è sufficiente che lo sia una volta sola per farmi dispiacere. Per questo, siate medici pazienti, credo che insistere un’ultima volta non ci farà male.

 

(Ma non sono così noioso, però. E mi piace quindi provare anche a dilettarvi con un efficace e sorprendente post sulla democrazia della “rete”; che è breve, a tratti surreale, preciso e, probabilmente, anche un po’ istruttivo. E che ci spiega che uno non vale sempre uno.)

 

Davide P.
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