Non so nemmeno più perché, lo confesso. Però io a scuola cito sempre Aldo Manuzio, quando parlo del Rinascimento italiano. Lo faccio ormai quasi solo per abitudine, credo; e cito sempre il «logo» (oggi si direbbe così: allora si chiamava l’impresa) delle edizioni di Aldo Manuzio, il delfino che abbraccia l’àncora, e il motto (oggi si direbbe il claim, credo), quel «festina lente», affrettati lentamente che riscuote sempre un certo successo tra gli studenti adolescenti, forse perché tiene insieme la contraddizione del crescere e del voler fuggire via, che dell’adolescenza costituiscono il nucleo, con la paura di doverlo fare davvero; la voglia di andare e la speranza di non doverlo mai fare; il pesce che sguscia e che sfugge con  l’ancora che incatena (qui c’è un esempio).

 

Proprio per questo, anche se la mostra era dell’anno scorso, ed è finita (e io già la segnalai a tempo debito) mi piace tornare a parlare del suo protagonista, quell’Aldo Manuzio il cui nome costringo i miei studenti a memorizzare, ogni volta che devo spiegare cosa sia stato il Rinascimento, perché sappiano da dove vengono gli oggetti che oggi diamo per scontati e che forse già domani, o dopodomani, non useremo più: i libri.  Perché ho ritrovato un post di un anno fa, scritto da Giacomo Papi, che sa raccontare quell’uomo straordinario in modo piano e gradevole, come mai mi era capitato di leggere; e penso che possa valere la pena di rammentarlo, anche a un anno di distanza, anche se la mostra ve la siete persa e vi rimane soltanto il sito. Papi, per esempio, esordiva così:

 

Johannes Gutenberg era l’ingegnere che inventò la macchina, ma fu Aldo Manuzio a immaginare l’oggetto, a intuirne la bellezza e il potenziale, a capire che potevano esistere lettori e non soltanto studiosi, a curarne la gabbia grafica, la leggibilità tipografica, il contenuto e la sintassi interna, fino a fare diventare il libro un oggetto prezioso. Per questo, sui suoi libri c’era un cartiglio anti pirateria – un’àncora con un delfino – che non impedì però il proliferare di edizioni tarocche. Esistono cose che nascono contemporanee, perfette, scarsamente migliorabili, oggetti che in pochi anni, dopo una messa a punto di qualche decennio, si stabilizzano in una forma che resiste al tempo. Gli ombrelli, le biciclette, i cavatappi, gli orologi e i libri, appunto.

 

E poi proseguiva così:

 

Ma sono i libri, la carta, l’inchiostro, i caratteri tipografici, perfino gli apostrofi, le virgole e i punti e virgola – nella loro ovvietà – a sbalordire e a scavalcare i secoli, mostrando che il fermento di eventi provocato dall’invenzione dei caratteri mobili a Venezia e in Europa – gli studiosi che si spostavano portando con sé le lingue che conoscevano e i libri che possedevano o avevano letto, e quelli nuovi che venivano scritti e studiati – assomigliava moltissimo a quello che è accaduto a noi negli ultimi trent’anni con Internet, con la differenza – abbastanza sostanziale – che a quel tempo la pubblicità non esisteva, e che il pubblico doveva ancora formarsi. Il libro è un nuovo animale, potente e perfetto, che apparve nel Cinquecento per cambiare per sempre il modo in cui gli uomini imparano, insegnano, tramandano e si emozionano. Per capire la grandezza delle intuizioni di Manuzio, non è necessario che i libri si amino e neppure che si leggano – come non è necessario usare gli ombrelli quando piove o le biciclette per spostarsi per capire che funzionano.

 

E scriveva poi tante altre cose che andrete a leggere di là, se avrete un po’ di tempo, perché ne vale la pena e perché ci sono momenti in cui la storia e la cultura cambiano e qualcuno se ne accorge prima degli altri. Nel Cinquecento fu Aldo Manuzio; oggi, forse, non lo sappiamo ancora.

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Davide P.
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