Luoghi non luoghi

Proseguo (sperando di non annoiarvi troppo) nel mio personale itinerario fatto di parole e di luoghi, così come di libri in cui luoghi e parole si incrociano; nella precaria convinzione che i luoghi siano soltanto il racconto che se ne fa e che quindi parlare dei luoghi del mondo sia, nella sostanza, parlare di letteratura. Mi piace perciò segnalare questa recensione a un libro che (come anche noi pochi giorni fa) parla di Berlino come possibile metafora degli ultimi decenni dell’Occidente, il luogo che meglio di ogni altro riassume quello che ci è capitato nel passaggio tra il secolo scorso e quello attuale.

 

Allo stesso modo mi pare importante citare il bell’articolo di Valentina Pigmei a proposito dei nuovi grandi narratori americani: che non sono americani. È un bell’articolo, che cita nomi importanti di scrittori contemporanei assai bravi (come Gary Shteyngart e Francesca Marciano e la scomparsa Agota Kristof) per giungere fino a Jhumpa Lahiri, una scrittrice bengalese che ha invece scelto l’italiano per scrivere i suoi libri, raccontandoci una lingua adottiva che noi siamo soltanto capaci di pensare come «madre».

 

[Ma il primo, non dimentichiamolo, fu Francesco Petrarca, sette secoli fa, a definirsi «ubique peregrinus», ovunque esule, uomo senza luogo e senza lingua ereditata che ci ha insegnato la lingua che noi oggi chiamiamo madre e che non aveva, per sua stessa ammissione, altra patria che non fossero i suoi libri; perché davvero «la patria è quella che si parla», come si dice nell’articolo sopra; e perché «abitiamo soltanto la nostra lingua», come ha detto non mi ricordo chi, chissà quando.]

 

E infine, ormai lo sappiamo tutti, ci sono anche i non luoghi. Che sono i supermercati o gli aeroporti o le stazioni o i centri commerciali o gli outlet ai bordi delle autostrade. Ma che, ahimè, possono essere anche ben più tristi di così: ed essere magari la misera metamorfosi contemporanea dei nostri borghi più caratteristici, se il turismo diventa l’abbandono dei luoghi a se stessi e a un’incuria che è spirituale invece che materiale. Lo spiega bene oggi Tomaso Montanari in questo articolo a proposito della bella e devastata San Gimignano. Che è uno dei luoghi alla  cui bellezza dovremmo appartenere e che, quindi, vorremmo che non stesse diventando così:

 

  • Negli ultimi trent’anni, il centro storico ha perso due terzi dei suoi residenti: man mano che il turismo è diventato la monocultura economica e l’unica dimensione esistenziale, San Gimignano ha progressivamente perso i connotati della città per assomigliare sempre più a una quinta cinematografica, a una Disneyland del Medioevo, con tanto di ben tre ‘musei’ della tortura […]Tutto è per i turisti, e prima e dopo il loro grottesco turno (11-18) la città non c’è più: e fa davvero impressione sentirsi dire che la sera d’inverno, dopo le nove, l’unico posto pubblico in cui ci si può trovare per fare quattro chiacchiere è la lavanderia a gettone.
Davide P.
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