Pasteur era nato a Dôle, un paese del Giura nella Franca Contea. Una terra di confine con la Svizzera e vicino alla fron­tiera con la Germania. Nonostante le umili origini, il padre di Pasteur era un conciatore di pelli, l’intelligenza e la volontà gli permisero di entrare alla Scuola Normale e di divenire profes­sore di fisica nel 1848 presso il liceo di Digione. Pasteur conti­nuò a studiare chimica presso l’Università di Strasburgo, dove conobbe la futura moglie Marie Laurent, figlia del rettore. La figura della moglie fu molto importante nella vita di Pasteur, sia per la particolare intelligenza che la spingeva ad interessarsi con competenza degli studi del marito, sia per la dedizione amoro­sa con cui lo circondava, alleviandone l’esistenza dalle preoccu­pazioni della quotidianità e permettendogli di dedicarsi com­pletamente ai suoi studi. Pasteur era un uomo tenace e raziona­le, che applicò con scrupolo al suo lavoro i dettami della scien­za sperimentale. La sua formazione culturale, legata alla fisica ed alla chimica, gli permetteva di padroneggiare con sicurezza le sostanze ed i composti del laboratorio e di progettare esperi­menti rigorosi. Nel 1854 Pasteur venne nominato professore di Scienze naturali all’Università di Lilla. In questa città avvenne una scoperta importante, che avrà delle ripercussioni sul futuro di tutta la ricerca biologica. Stimolato dalle richieste di un indu­striale del luogo, Pasteur si occupò del processo di fermentazio­ne delle barbabietole attraverso cui si ricavava l’alcool. Per cause apparentemente inspiegabili, a volte questo fenomeno non si verificava. Attraverso un’analisi attenta del processo produttivo e l’uso del microscopio, Pasteur identificò nei lieviti i responsa­bili del processo fermentativo e dimostrò che si trattava di orga­nismi viventi e non di sostanze chimiche inerti aventi solo un compito di catalizzatori, come era stato sostenuto da altri chi­mici della fama di Jöns Jacob Berzelius e Justus von Liebig. Le ricerche di Pasteur sulla fermentazione proseguirono per oltre quindici anni, portandolo a chiarire alcuni punti fondamentali nel ruolo svolto dai microbi. Si comprese come mai il processo fermentativo non avvenisse sempre con regolarità, come fosse determinante nell’ostacolarlo la presenza di fattori d’inquinamento batterici e come alcuni microrganismi potesse­ro svilupparsi in assenza di ossigeno, ricevendo per questo il nome di anaerobi. Tutte queste scoperte ebbero una serie di conseguenze pratiche, migliorando la resa industriale dell’indu­stria alimentare e determinarono nuove applicazioni relative alla conservazione del latte, il cui processo di riscaldamento a 60-­70°C per breve tempo prima dell’imbottigliamento ne per­mise il trasporto a grandi distanze insieme ai prodotti caseari. Contemporaneamente agli studi sulla fermentazione, Pasteur aveva portato avanti delle ricerche sulla struttura dei cristalli di tartrato e paratartrato, che gli fecero scoprire la chiralità delle molecole e la presenza di due diversi enantiomeri, il levogiro e il destrogiro, che si comportano in modo differente davanti alla luce polarizzata. Sempre in quegli stessi anni contribuì a met­tere definitivamente in minoranza i sostenitori dell’origine spontanea della materia vivente, attraverso l’impiego di partico­lari contenitori di vetro appositamente progettati ed un rigoro­so esperimento. Correva l’anno 1864, che fu determinante per la medicina e la scienza. La sua attività divenne frenetica e la dedizione al lavoro assoluta, un impegno totale che non rimase senza conseguenze. Nel 1865 lo scienziato fu colpito da un grave ictus, da cui lentamente si riprese. Gli esiti non gli impe­dirono di continuare a lavorare e fare altre importanti scoperte.

Gli studi degli ultimi anni della vita di Pasteur furono dedicati ai vaccini. Si occupò del carbonchio degli animali e della rabbia. Di quest’ultima riuscì a dimostrare la contagiosità attraverso il materiale biologico, senza poter osservare l’agente causale. I virus erano infatti invisibili e troppo piccoli per i microscopi dell’epoca. Le loro dimensioni li facevano sfuggire al potere risolutivo delle lenti del microscopio ottico. Soltanto nel 1892 il russo Dmitrij Iosifovi Ivanovskij riuscì a dimostrare con cer­tezza l’esistenza di particelle dotate di azione biologica più pic­cole dei normali microbi. Così piccole da sfuggire alle lenti del microscopio. Il primo di questi microrganismi ad essere scoper­to fu il virus del Mosaico del Tabacco (TMV), una malattia della pianta che provocava enormi danni agli agricoltori, ma il termine virus venne adoperato per la prima volta nel 1898 dal botanico olandese Martinus Willem Beijerinck. La parola virus derivava dall’analogo termine latino, che stava per veleno. Un qualcosa di pericoloso e indefinito che rimase tale fino agli anni intorno al 1940, quando il microscopio elettronico permise di osservare la morfologia di questi organismi, responsabili di tante gravi malattie. Senza conoscere l’esistenza delle particelle virali, Pasteur condusse una serie di ricerche metodiche ed este­nuanti sulla rabbia, utilizzando cani e conigli, studi che gli per­misero di compiere due importanti osservazioni:

  • la malattia era presente non solo nella saliva dell’animale infetto, ma parimenti nel tessuto cerebrale dell’animale affetto dalla rab­bia;
  • la rabbia poteva essere trasmessa più facilmente inoculando del tes­suto nervoso infetto nel cervello di un cane sano, dopo che questo era stato sottoposto a trapanazione del cranio. Anzi, in tale circo­stanza il tempo d’incubazione del male era nettamente più breve.

Dopo quattro anni di studi e di sperimentazioni sugli ani­mali, Pasteur riuscì ad ottenere un vaccino antirabbico basato su materiale nervoso di coniglio infettato ed esposto all’aria per ridurne il potere patogeno. I primi due casi che Pasteur trattò ebbero un esito incerto. Il primo, che forse non era rabbia, ebbe un’evoluzione favorevole. Il secondo, una ragazza affetta da rab­bia conclamata, morì il giorno seguente la prima somministra­zione del vaccino. Quando venne il turno di Joseph Meister, un ragazzo alsaziano, tutto andò per il meglio ed il fatto destò scal­pore. André Pichot, che ha studiato a lungo l’opera di Pasteur, ha parlato di un metodo scientifico consistente nel mettere ordi­ne in nozioni e sicurezze sperimentali già acquisite, di cui non si riusciva a formulare una teoria organica. Molte delle grandi sco­perte di Pasteur avvennero su terreni dove già molti esploratori della biologia si erano avventurati di cui non riuscivano a com­prendere con sufficiente chiarezza il disegno complessivo. La genialità di Pasteur consistette in un’opera di sintesi e di conclu­sione operativa di ricerche di cui non si riusciva a venire a capo nel loro senso compiuto. Gli studi sulla simmetria molecolare, ad esempio, erano già stati intrapresi quando Pasteur si occupò della struttura dei cristalli, come pure i lavori per comprendere la biochimica della fermentazioni. Le vaccinazioni risalivano a molti anni prima, alle esperienze del medico inglese Edward Jenner (1749­-1823) sul vaiolo, mentre Lazzaro Spallanzani (1729-­1799) aveva già criticato attraverso i suoi esperimenti la teoria della generazione spontanea della vita. Anche in questo campo Pasteur perfezionò le tecniche e introdusse nuove pro­spettive di ricerca con tenacia e lucidità. Un aspetto importante della vita di Louis Pasteur è quello costituito dall’influenza che la religiosità ebbe sulle scoperte e sulla propria visione della conoscenza scientifica. La chiesa francese lo presentò spesso ed a torto come un autentico paladino dei valori tradizionali del cattolicesimo più conservatore. In realtà pare che Pasteur non fosse un rigido cattolico praticante e si recasse alla messa di rado. Di sicuro la solidità dell’ambiente familiare, il carattere riservato e la dedizione al lavoro, insieme ad un’austerità com­plessiva della sua figura, servirono ad alimentare la leggenda dell’eroe solitario che lottava contro i mali del mondo e donava dei rimedi ai propri simili. Un Prometeo mite e tenace del XIX secolo, che in ogni lavoro sperimentale partiva da teorie promet­tenti per arrivare a risultati concreti. Aveva risolto grandi pro­blemi nello studio della natura perché trovava conforto e conso­lazione in una ricerca del trascendente condotta con quella misura e quella dignitosa riservatezza che ce lo rende indubbia­mente ammirevole. In un’epoca di esasperato e formale laici­smo, cui fa da contraltare un’ostentazione ai limiti dell’impudi­cizia psichica del desiderio di trascendente, l’insegnamento di Pasteur sta a raccontarci come attraverso le opere e lo stile con cui queste vengono perseguite risieda la testimonianza più autentica del valore umano di un vero e grande scienziato.

Redazione ATBV

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