lo sguardo altrui

Forse la letteratura non serve a niente, non possiamo escluderlo. E non voglio affatto escluderlo. O forse la letteratura serve (o quanto meno aiuta) a capire chi sono gli «altri»: raccontandocene le storie, provando a immergerci nel loro mondo sentimentale e materiale, lasciandoci spiare attraverso il buco della serratura delle narrazioni le emozioni che gli «altri» provano. E quindi, di conseguenza, la letteratura ci aiuta molto a capire chi siamo noi, rispetto agli altri, e come, rispetto allo sguardo degli altri, noi stessi ci definiamo.

 

Quindi, anche se non è letteratura, penso che valga la pena oggi dedicare una parte del proprio tempo a leggere questo lungo articolo scritto da Carlo Mazza Galanti: perché parla dell’«altro», nella sua insopprimibile alterità, e in qualche modo ci invita a vederlo con occhi diversi e, cosa assai complicata, a usare per una volta i suoi occhi per vedere noi stessi: il che sarà assai più sorprendente di quello che supponiamo, secondo lui. È un bell’articolo davvero, mi permetto di ribadire il consiglio. E anche mi permetto di anticiparne un brano qui:

 

È sempre più difficile incontrare tra gli “altri” – anche nei luoghi dove imperversa la violenza militare – giovani che non nutrano un forte desiderio mimetico di essere come “noi”, che non sognino di assurgere un giorno al paradiso occidentale, il quale resta tale ai loro occhi nonostante le crisi, la disoccupazione e la xenofobia dilagante. Ora, il problema è proprio ciò che immaginano di non possedere, e come questo sia prodotto tanto da uno stato di cose reali (perché siamo oggettivamente più ricchi), quanto dall’ingenuità e dall’ignoranza “loro” di come effettivamente siamo “noi”, quanto infine – e soprattutto – dall’immagine che noi stessi proiettiamo nel mondo. Non si può certo negare che la nostra società abbia raggiunto standard di vita e traguardi notevoli, ma neppure la capacità di sovrastimare il benessere di cui godiamo da parte di chi lo guarda da lontano, e il fatto che in termini relativi, e sotto molti riguardi, siamo molto meno ricchi e realizzati e benestanti di quello che sembra.

 

E poi, se come è successo a me, questo post vi avrà fatto pensare molto di più di quello che supponevate all’inizio, ecco, avrei da proporvi un’appendice non da poco. Si tratta di un articolo scritto da Raffaele Alberto Ventura a proposito di alcuni dei fenomeni terroristici che stanno colpendo le città europee (le «nostre» città) in queste ultime settimane. Ed è un’analisi importante e interessante, proprio per i dati sociali che mette in evidenza e a cui rischiamo di non pensare abbastanza, travolti dallo sbigottimento e dalla fatica di non lasciarci andare agli istinti, quelli peggiori. Ventura scrive così:

 

Il terrorista fai-da-te è l’ultimo arrivato nella grande famiglia dei dilettanti allo sbaraglio. Dopo gli aspiranti tassisti, gli scrittori autopubblicati e un’intera generazione di freelance precari con un computer portatile come unico ufficio, anche nel campo della violenza politica si è finalmente entrati nel nuovo millennio […] Non dispiaccia agli anticapitalisti della domenica: il progresso tecnologico e la globalizzazione hanno liberato dal bisogno porzioni sempre crescenti della popolazione mondiale, garantendo loro l’accesso a beni e servizi essenziali. Ma se molti poveri sono diventati meno poveri è anche vero che molti ricchi sono diventati più ricchi, mentre nelle economie avanzate il ceto medio tende a erodersi. Non dispiaccia agli apologeti del libero mercato: ad aumentare con l’industrializzazione è la povertà relativa cioè lo scarto di reddito tra chi partecipa anche indirettamente ai profitti del capitale e chi vive soltanto del proprio lavoro. Stimolare questa insoddisfazione è da sempre la funzione del marketing. Ed ecco che abbiamo sotto gli occhi una miscela esplosiva, quella tra relativo benessere e povertà relativa. Letteralmente esplosiva perché questa condizione intermedia è tipica dei terroristi in molti Paesi islamici e non solo. Sono figli della classe media e sovra-istruiti rispetto alla capacità di assorbimento del mercato del lavoro…

 

Insomma, si tratta di articoli impegnativi, lo so. E nemmeno una poesia, so anche questo. Per questa domenica va così: ci tocca fare quel po’ di attenzione dedicata agli altri, magari per capire qualcosa in più di noi stessi. È una delle cose che fa la letteratura, spesso. Magari non serve a niente, lo so, però aiuta; a rimanere meno soli, per esempio.

Davide P.
La mia pagina Facebook: https://it-it.facebook.com/davide.loscorfano

No comments yet.

Leave a Reply

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

un piccolo torto letterario

Può darsi che alcuni di noi, ieri mattina, abbiano avuto un moto di stupore nel sentire il nome di Giorgio […]

la rete di un grande destino

Scrivo di Europa, se ne avete voglia. Poche righe, qualche appunto, solo per ricordare a me stesso (e a chi […]

sensi di colpa

Siamo arrivati al punto: dobbiamo pagare le tasse. Io e la mia compagna, in questi giorni di caldo mediterraneo (qualità […]

libri che cerchiamo

Se avete voglia, anche oggi, di parlare di libri, io credo che possiate partire da qui. Dalla secca ma puntuale […]

di sbieco

Ho già scritto, anche se non ricordo quando, che penso che guardare le cose di sbieco sia spesso il modo […]