l’inizio di settembre

L’inizio di settembre (detto anche «fine dell’estate», da coloro che amano guardare il tempo da dietro le spalle) è un ottimo momento per ricordarsi di coloro che sono scomparsi, e non ci sono più; e per nutrire qualche piccola e innocente forma di nostalgia. Forse è per questo che ho osservato con un misto di malinconia e di dolcezza la frequenza di articoli e di post che in questi giorni sono usciti a proposito della poesia e del suo non riuscire più a parlare alle persone, neppure a quelle colte (la poesia – lo dice uno degli articoli di seguito citati – insieme alla saggistica e ai classici rappresenta il misero 3% delle vendite di una libreria, di per se stesse già parecchio in crisi, figuriamoci un po’ di cosa parliamo quando parliamo di libri…)

 

Eppure, al netto di ogni facile forma di ironia, la scomparsa dei testi in versi anche tra gli scaffali delle persone colte e delle librerie ha sicuramente un significato di rilievo, qualcosa di cui forse ci accorgeremo tra venti o trenta anni, quando serenamente potremo chiamare questo nostro tempo “antico”. Per questo mi piace invitarvi a leggere questo bellissimo articolo scritto qualche settimana fa da Luca Vaglio, il quale pone il problema della «poesia contemporanea abbandonata» in modo lucido e intelligente. L’articolo imposta la questione interrogando fin da subito voi medici, e forse anche questo non è un caso:

 

Provate a chiedere a un avvocato, a un medico, a un ingegnere o anche a un pubblicitario di dirvi quali siano i poeti italiani di età compresa tra i settanta e i quarant’anni che apprezzano di più. È abbastanza facile che molti tra gli intervistati non saprebbero che cosa dire, quali nomi fare. Potrete obiettare che si tratta di un test del tutto empirico, a cui sono ammesse numerose eccezioni. D’accordo, è così. Ma è probabile che, ripetendo l’esperimento, si avrebbe alla fine l’impressione che i poeti italiani contemporanei, anche quelli con un percorso più solido, fuori dall’ambito stretto di chi scrive poesia, di chi la legge e la studia per passione o per lavoro, siano poco conosciuti, anche tra persone di buona cultura. C’è chi può considerare la cosa ovvia e legata a questioni di mercato: si vendono pochi libri di poesia, è normale che i poeti non siano conosciuti dal grande pubblico…

Ma non è questo il punto, la poesia, salvi rari casi, non ha mai venduto molto. Tuttavia, se, prendendo un caffè al bar, si chiede ai presenti chi erano Eugenio Montale e Giuseppe Ungaretti è probabile che molti, o tutti, sappiano rispondere. E lo stesso succederebbe se con una macchina del tempo ci si potesse fiondare in un bar di cinquanta anni fa. Insomma, non è azzardato affermare che in Italia alcuni decenni fa la poesia e i poeti erano ben più conosciuti, se non letti, di quanto lo siano ora. Eppure i poeti italiani restano numerosi. Ma hanno perso visibilità, sono, per usare una locuzione moderna, familiare agli esperti di marketing, meno percepiti che in passato.

E non è secondario notare che la progressiva perdita di visibilità e di rilevanza collettiva della poesia in Italia, verosimilmente, inizia a farsi più acuta tra gli anni ’60 e gli anni ’80, quando alcuni dei poeti maggiori di quel periodo, quali Vittorio Sereni, Attilio Bertolucci, Giovanni Raboni e Antonio Porta si trovano in una posizione di forza all’interno dell’industria culturale, ricoprendo ruoli di vertice presso editori come Mondadori, Bompiani, Guanda e Feltrinelli. Quali sono le ragioni di un cambiamento così rapido? Il buon senso ci dice che la domanda potrebbe non avere una risposta, almeno non una risposta chiara, immediata e lineare. La diffusione della conoscenza, la fruizione della cultura da sempre seguono logiche complesse, si legano a diversi fattori, a processi lunghi e di ampio respiro. Però, forse è opportuno interrogarsi sul tema, approfondire il discorso.

 

Quando avrete finito questo pezzo, sarete stanchi, secondo me. Ma avrete molto su cui riflettere. Però, se invece avete più resistenza di me e voleste proseguire, trovate sul sito «Nazione indiana» un breve botta e risposta seguito in questi giorni a questo articolo. E poi, sul sito «Scenari», un’altra interessante riflessione sul perché la poesia parli così spesso di se stessa, cercando di definirsi in un tempo come il nostro, che non la desidera nemmeno più. E infine, se le vostre energie fossero davvero così imponenti, c’è anche un nome che posso farvi: in modo che non valga il consueto e labile pretesto per cui oggi «non ci sono più i poeti di una volta». Uno ce n’è, per esempio. Si chiama Valerio Magrelli e il critico letterario Romano Luperini dice che: «In un paese civile, in cui la cultura abbia ancora una eco e un valore, il suo ultimo libro, Il sangue amaro, uscito da Einaudi, avrebbe costituito un evento anche per persone mediamente colte e informate», come dovremmo essere noi, infatti.

 

E quindi vi lascio a Magrelli e alla sua bella poesia riportata da Luperini nell’articolo di cui sopra. Il critico dice che sono versi perfetti per l’inizio di un anno scolastico. Per me invece sono l’ideale per la fine dell’estate, questo tempo strano che quelli che hanno l’abitudine di guardare il tempo dritto negli occhi si ostinano, chissà come, a chiamare l’inizio di settembre.

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Davide P.
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2 Responses to “l’inizio di settembre” Subscribe

  1. Maddalena Lettino 11 settembre, 2015 at 10:36 am #

    Caro Davide
    ho apprezzato, prendendomi il “giusto tempo” , la lettura del tuo commento e ho riflettuto sulla poesia. La verità’ delle tue riflessioni si specchia nell’esperienza individuale di una persona come me che non e’ stata sufficientemente educata alla poesia e non sa apprezzarla come sarebbe auspicabile: dopo queste parole cercherò’ di migliorare. Ma e’ sul tempo che vorrei soffermarmi e sul legame tempo e poesia che in qualche modo hai sottolineato in chiusura. La poesia non e’ più’ del nostro tempo perché’ invoca un tempo lento di sensibilizzazione, cultura, gusto della stessa. Ogni altra opera la puoi leggere e gustare velocemente: la poesia no! Sapremo riprenderci il tempo e la poesia?

    • Davide P. 14 settembre, 2015 at 1:54 pm #
      Davide P.

      Io credo, gentile Maddalena, che, inevitabilmente, sarà la poesia a riprendersi noi e il nostro tempo veloce. Come Achille e la tartaruga, magari; o qualcosa del genere. In forme che oggi probabilmente nemmeno possiamo sospettare, del tutto inedite: sarà una poesia nuova ma sarà pur sempre poesia, come è sempre stato.

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