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linguaggi e maggiordomi

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Gli uomini di lettere oggi non sanno niente della pubblicità. Non la studiano, non la annoverano tra i fenomeni d’interesse. Costoro si occupano volentieri di cinema, tv, giornalismo, design, fumetti, raccolte di figurine e di ogni altro linguaggio della modernità, ma quello della pubblicità rimane loro estraneo e lo lasciano volentieri allo studioso settoriale. Come dire che non è adatto a un discorso collettivo, dunque politico. […]

 

Così come latino e greco sono indispensabili alla conoscenza umanistica, il linguaggio pubblicitario è cruciale per la comprensione di questo nuovo linguaggio pubblico. Nell’attesa, viviamo in una condizione di semi-impotenza intellettuale, a causa di una sottovalutazione che, scrive Coccia, rischia di rendere inintellegibile una buona fetta della realtà culturale del presente (Allegoria n. 68).

Finché mancheranno interpretazioni che aiutino a comprendere il fenomeno, la sua pervasività continuerà a spaventare, a creare mostri. In fin dei conti, persino il trionfo di Renzi alle primarie PD perché “bravo a comunicare”, e la sproporzionata enfasi su questa qualità salvifica (Angela Merkel è forse un asso dei talk show?) è frutto di inadeguatezza culturale, della fretta di mettersi a pari con il mistero dei media. Allo stesso modo, molti intellettuali sono sbrigativi nel liquidare la rozzezza della réclame. Tuttavia, c’è qualcuno tra loro che per il proprio libro rifiuti una campagna pubblicitaria con propaganda da cavernicoli del tipo “il nuovo imperdibile capolavoro di…”? Non è semplice opportunismo. È improntitudine. Affrontata senza consapevolezza, qualunque contraddizione diventa un rebus.

 

Ho letto queste parole in un bel post che recensisce un libro che mi pare interessante proporre; perché sono d’accordo con quanto scritto dall’autore della recensione in parte riportata (si chiama Giuseppe Mazza) e perché ho spesso la tentazione di aprire le porte della scuola (o più semplicemente delle aule in cui mi ostino inutilmente a provare a fare scuola) anche all’analisi di qualche spot pubblicitario, uno di quelli più pervasivi e significativi, almeno per quel pochissimo che io ne capisco. Mi pare che potrebbe essere utile e, avessi più tempo e non invece sempre meno tempo, proverei qualche volta a farlo. Per ora, invece, mi limiterò a leggere il libro di Maria Nadotti, sperando mi sia utile (vi farò sapere). E lascio a voi, invece, due altre brevi riflessioni, non del tutto slegate dall’argomento di quel libro.

 

La prima riflessione riguarda una città e uno scrittore che amo molto, tutti e due, la città come lo scrittore: si tratta di Matera e di Pasolini, che si scelsero per parlare di amore e di salvezza, non tanti anni fa, e che forse oggi farebbero molta fatica a scegliersi di nuovo. La riflessione è amara, ma vale il tempo della sua lettura; anche perché alla fine c’è una frase di Farinetti, quello di Eataly per capirci, che io non avevo mai sentito e che mi pare sia il compendio perfetto del male che ci vogliamo e che ci faremo, se non saremo più che cauti.

 

La seconda riflessione riguarda invece il genere di uomini che popolano il mondo e che Roberto Alajmo definisce con un bel termine, forse non proprio imprevedibile, ma senz’altro perfetto per raccontare chi siano, alla fin fine, i colpevoli. Che sono poi i colpevoli di ieri e dell’altroieri, sempre gli stessi. Come qualunque lettore, di qualunque romanzo giallo, sapeva perfettamente, ben prima di fermarsi a leggere qui.

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Davide Profumo
Davide P.
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