C’è, tra le poesie del secondo Novecento che amo di più, un testo di Giovanni Giudici che si chiude su alcuni versi che non ho mai saputo dimenticare. Suonano così:

 

                                           Basta

con tanta bella intelligenza sprecata

a fare finta, sappiamo tutto.

È, come molti altri testi di Giudici (li trovate raccolti qui, sono belli da leggere ogni tanto, di sera, quando ci sembra che il nostro tempo ci stia passando troppo rapidamente tra le dita), una poesia che riesce, a descrivere in un piccolo quadro fatto di sotterfugi e di banalissimi servilismi, la condizione dell’impiegato contemporaneo (o forse era quello di venti o trent’anni fa, giacché l’impiegato di oggi ha, in aggiunta alla fatica del suo predecessore, pure quella del precariato…), che è forse la più emblematica di un secolo che abbiamo chiuso pochi lustri fa e di quello che da altrettanti anni stiamo cercando di aprire (e capire). Mi viene anche in mente, subito, un bel saggio di Claudio Giunta su Ugo Fantozzi, che è stato figura allegorica dell’impiegato per almeno due generazioni… Ma non è quello di cui volevo parlare oggi.

 

Che è invece una piccola ma assai significativa serie di post che sta prendendo forma, da qualche settimana, sul sito La letteratura e noi e che ha come argomento proprio la condizione dell’impiegato e la letteratura dell’impiegato tra l’Otto e il Novecento, cioè fino a pochi anni fa; e quindi quella che, se non è la nostra, è stata certo la condizione dei nostri padri, che sui di noi si riverbera e che si riverbererà per certo anche sulla condizione ancora labile delle persone più giovani di noi.

 

La serie di post è già nutrita e non ha senso che io li segnali tutti (è facile risalire da uno all’altro se l’argomento vi interesserà, come sta accadendo a me). Ed è anche inutile che io mi metta a citare autori assai noti come Svevo o Kafka o Balzac, ampiamente ricordati anche nella rassegna e assolutamente significativi di questo e di altri aspetti della comprensione dell’esistenza contemporanea.

 

La segnalazione di oggi riguarda invece due romanzi stranieri, uno più vicino a noi dell’altro, entrambi brevi, entrambi, a mio parere, eccezionali. Il primo romanzo è di Herman Melville e si intitola Bartleby lo scrivano. La presentazione che ne fa il sito letterario è efficace e puntuale. Alcuni passaggi sono questi:

 

In un inspiegabile guizzo di intraprendenza (o forse sarebbe meglio dire di negazione del proprio ruolo), Bartleby decide di sottrarsi e di annullarsi: prima in quanto impiegato, e poi, in maniera più definitiva, in quanto uomo.

Ripetendo come una preghiera la frase che lo renderà celebre nella letteratura – «I would prefer not to» –, il giovane decide coscientemente di non adempiere più agli ordini; ma, ancora vincolato ad un ruolo dal quale sembra non poter sfuggire, non abbandona il campo di battaglia e rimane inevitabilmente invischiato in un luogo che si trasforma in non-luogo, un ufficio che perde tutto il carattere di spazio lavorativo e le funzioni stesse del suo essere, per divenire invece uno spazio in cui rinchiudersi per non uscirne più.

La scelta volontaria di non partecipare, e quindi di uscire dal meccanismo produttivo, rende il personaggio scomodo (tanto da essere accusato di vagabondaggio e incarcerato), e ne fa un uomo che agisce (ma allo stesso tempo non agisce) fuori dalle dinamiche indiscutibili in cui si muovono tutti gli altri.

 

Il secondo romanzo forse non è nemmeno un romanzo. Lo ha scritto ormai diversi anni fa Michel Houellebecq (che citiamo spesso su queste vane pagine virtuali) e si intitola Estensione del dominio della lotta. Viene presentato oggi dal sito La letteratura e noi ed è un libro forse difficile da amare ma anche difficile da dimenticare. Un po’ come certi versi di Giovanni Giudici, che parlano troppo di quello che siamo per essere dimenticati e non tornarci in testa in una sera più lenta e incerta di altre, mentre il tempo continua a passarci tra le dita:

 

All’altezza de Gli impiegati di Balzac, cioè, era ancora possibile rappresentare i rapporti pugnaci tra esseri umani; la macchina burocratica era sì claustrofobica e farraginosa, ma inserita in un orizzonte comunitario- c’era uno Stato, e non uno stato cliente tra i clienti- e quindi manovrabile dall’essere umano, che, arrancando, provava ad orientarsi nel mondo. Nell’universo di Houellebecq non c’è spazio per questo tipo di narrazione, ma solo per una disincantata costatazione. La macchina ha vinto, è troppo capillare e perfetta, ed è informata dalla spietata logica capitalistica e rafforzata dalla tecnologia informatica; rende insomma l’essere umano una mera appendice, una rotella seriale addentellata ad un ingranaggio che non solo non può cambiare, ma nemmeno inceppare. Da tutto ciò deriva uno scenario apocalittico, atmosfera costante nell’opera dell’autore, all’interno del quale si vive in uno stato di perenne angoscia; la polverizzazione atomistica del tessuto sociale porta all’apatia, alla precarietà, all’aggressività, alla disperazione, alla vacuità universale.

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Davide P.
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