“Credo che il latino dovrebbe continuare a essere insegnato bene, molto bene e a lungo (cioè molte ore la settimana) in alcuni licei, e che non dovrebbe essere insegnato affatto in tutti gli altri tipi di scuola. Credo che sia assurda la nozione – così italiana, purtroppo – di ‘infarinatura’. O bene-bene o niente, insomma. Ma in generale io sono uno strenuo difensore del latino. Se avessi figli, il problema della scelta non si porrebbe nemmeno: sceglierei io per lui/lei: il latino si studia e stop. Quindi forse è un bene che non ne abbia”.

 

Questa è l’ultima battuta di una breve ma interessante intervista a Claudio Giunta che ho letto oggi sul web. Vi si parla di letteratura, di insegnamento della letteratura e di alcune altre cose, tutte importanti, tutte raccontate come sa fare Claudio Giunta, cioè senza troppe cautele e senza troppa retorica, con la leggerezza che le cose importanti (come la letteratura evidentemente è) meritano.

 

Ma c’è un’altra intervista che vale secondo me una lettura, oggi. È più lunga e più complessa e anche più faticosa (giunta ha il pregio di non essere quasi mai faticoso…), ma vale senz’altro il tempo che le si dedica. L’ha rilasciata Michele Mari, per parlare del suo ultimo libro, ma anche dei suoi libri precedenti, delle sue poesie, del suo modo di scrivere e del modo di scrivere dei suoi e nostri contemporanei. Le risposte finali sono, a mio parere, le più interessanti e importanti; ma è necessario arrivarci piano piano, percorrendo tutto il serpentone di domande e risposte dell’articolo (e forse vi verrà anche voglia di leggere l’ultimo romanzo dello scrittore, che io – lo ammetto – ho per ora soltanto comprato). E a un certo punto dell’intervista Michele Mari dice anche questa cosa, che a me è piaciuta molto:

 

Al fondo di tutte le paure c’è quella [della morte] e infatti io sono uno che alla morte tende a non pensare, salvo in qualche momento di vertigine, di trasalimento, così come tendo a non pensare alle cose gravi della vita, alle malattie, alla vecchiaia, ai lutti e per questo m’inganno con tutta una serie di comportamenti nevrotici compulsivi che hanno a che fare con le quisquilie della vita. Io posso angosciarmi perché ci sono dei vicini che parlano ad alta voce finché questo diventa “il” problema, chiaramente un atto sostitutivo per non pensare ad altri problemi. Se uno ha delle ansie di qualsiasi tipo, sulla vita, sulla morte, ansie da prestazione, insicurezze, lutti, ferite, ostinandosi invece a ordinare le piccole cose che non tornano, prendersela perché due piastrelle non sono perfettamente allineate o un quadro è un po’ storto è un modo per esorcizzare le ansie vere.

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Davide P.
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3 Responses to “letteratura come esorcismo” Subscribe

  1. .mau. 25 maggio, 2017 at 4:46 pm #

    mannò, dai, l’infarinatura di X (dove X non è solo il latino) può essere una cosa utile. Tutto dipende da cosa devi fare dopo. Quello che secondo me non va è una cosa a metà, né carne né pesce.

    • Davide P. 25 maggio, 2017 at 5:02 pm #
      Davide P.

      Io sono un po’ più scettico di te… Ho sempre il timore che l'”infarinatura” sia quel sapere poco che non ti è nemmeno sufficiente a farti capire che ne sai poco. E finisci per ritenerti esperto di una materia di cui sai pochissimo… (ma forse esagero, eh)

      • .mau. 25 maggio, 2017 at 5:15 pm #

        beh, secondo me la parte più importante di un’infarinatura è appunto avere un’idea di tutto quello che non si sa 🙂

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