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le parole dei muratori

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Delle pochissime cose belle che ho letto in questi giorni sul web (ma davvero però: pochissime… come mai, cosa state facendo, cos’avete che vi tiene occupati, cosa c’è che io non so e che invece è così importante?), ecco, delle davvero pochissime cose belle che ho letto sul web in questi giorni, quella che mi è piaciuta di più riguarda la solita (per me, la solita) idea per cui non esistono le cose che facciamo ma soltanto le parole che usiamo per pensarle e per descriverle mentre le facciamo o pensiamo di farle; e quindi la certezza (la mia, certezza) che esistono le parole e dopo, ma soltanto dopo, esistono le cose, che facciamo e che faremo (e se le faremo è, verosimilmente, perché abbiamo pensato di farle con certe precise parole che non erano altre; altrimenti anche le cose, che avremo a quel punto fatte, sarebbero state diverse, perché le avremo pensate con altre parole).

 

Ma la storia è più semplice e più bella di così. Ed è questa (l’ho presa pari pari da qui):

 

Tre muratori, seduti su un muretto, addentano un panino a ora di pranzo. Una signora si ferma a chiacchierare:

– Che cosa fate da queste parti?, chiede.

Il primo, tutto ingrugnato, risponde:

– Metto un mattone sopra un altro maledetto mattone, lo fisso con la malta, e così per otto ore.

– E tu?, domanda la signora al secondo.

– Costruisco un muro, le dice quello semplicemente, con un sorriso sulle labbra.

– E tu?, chiede al terzo.

Quello si alza in piedi, e riempiendosi d’orgoglio, dice: – Erigo una cattedrale!

 

Poi, sempre tra le cose belle che ho letto, c’è questa riflessione sul desiderio scritta da Raffaele Alberto Ventura. È un testo impegnativo, lo so, ma avete tutto il fine settimana davanti e forse troverete il tempo e, appunto, il desiderio. Per indurvi a farlo, mi pare che questo passaggio sia ben interessante:

 

La domanda formulata dai ribelli del Sessantotto non è rimasta inascoltata, ma invece di ricevere una risposta politica è il mercato che si è premurato di soddisfarla. Talvolta, con il contributo di un marketing che non esita a strizzare l’occhio ai valori della generazione del baby-boom. Lubrificata da ampie dosi d’ironia, la critica del capitalismo e dell’industrialismo è diventata il core-business delll’industria culturale. Il mercato culturale non ha soltanto assorbito le istanze edonistiche e contestatarie del Sessantotto, ma ne ha fatto la chiave di volta della propria nuova struttura. L’esito è talvolta inquietante, con la trasformazione di simboli e mitologie politiche in una grottesca parodia, che pure sembra divertire alquanti i reduci di quelle battaglie. Se la pubblicità è sempre stata un procedimento per costituire il desiderio, oggi lavora soprattutto a costituire la legittimità di questo desiderio, al fine di trasformare il consumo in un’operazione politicamente accettabile. In questo modo, riesce ancora a stupirci per cinismo e irresponsabilità.

 

E infine c’è anche questo piccolo spunto, davvero puntuale e acuto. Parla di calcio, o meglio: parla di noi che parliamo di calcio. E comincia così:

 

L’altra sera pensavo che tutte queste persone che parlano di calcio – e anch’io ho scritto di calcio per un paio d’anni sul giornale, e lo seguo, e mi piace, certo, però, insomma, dai –, e che ne parlano così seriamente, con tutto questo impegno, queste facce concentrate, spremute, questi toni appassionati, emozionati, penso alle trasmissioni dove due, tre, quattro o cinque persone si mettono lì e per due, tre, quattro o cinque ore parlano di calcio più o meno come se stessero parlando di viaggi interstellari…

 

E poi basta, in effetti, non c’è più niente.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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