la voce persa

Di scuola parlo ormai molto malvolentieri, ve ne sarete accorti. Un po’ perché ne ho già parlato tanto, nel corso degli anni, e non ho davvero più niente da dire (e non ne ho nemmeno voglia, se è per quello); un po’ perché faccio sempre più fatica ad ascoltare le parole altrui, sulla scuola, e non mi pare il caso di aggiungere le mie, anch’esse senz’altro inutili; un po’ anche perché mi immagino che a voi non interessi quasi per niente, e non riesco a darvi torto.

 

Però oggi avrei una lettera da consigliarvi e, anche se parla proprio di scuola, non so perché, mi è parsa molto saggia e semplice (i due aggettivi stanno così spesso insieme…), così tanto da convincermi a citarla anche qui. L’ha scritta Vittorino Andreoli, che è uno psichiatra, cioè uno molto lontano dal mestiere, e a un certo punto dice così:

 

Ma c’è una partecipazione che riguarda l’affettività e che esprime la voglia di trasmettere quello che uno sa e che ha raggiunto in tanti anni di approfondimenti. Un sapere che si coniuga con la passione o almeno con il piacere. Il piacere di insegnare, ecco un altro punto su cui interrogarsi: riesci a dare un senso alla tua vita proprio per il tuo ruolo, per il fatto di proporti ai tuoi allievi come insegnante e con un sapere specifico che però trasmette al tempo stesso la gioia di quella scelta? Oppure hai quell’aria assente che ti porta faticosamente a compiere un dovere che è però scialbo e senza piacere?

 

E poi, una volta lette le belle parole di Andreoli (che non è psicologo né pedagogo, e forse già questo mi basta a farmi capire perché le sue parole mi sono piaciute ben più di altre…), poi toccherà a quello che scrive Fabio Stassi a proposito di Gregor Samsa. Non perché ci sia attinenza tra i due scritti (che pure c’è, attinenza, più di quello che possa apparire) ma piuttosto perché abbiamo sempre bisogno di parlare di libri, e in particolare dei libri che più abbiamo amato negli anni che si sono volati via, e di come li abbiamo letti e li vogliamo al più presto rileggere. E quelli di Kafka si contano senz’altro tra questi libri, tra le parole che abbiamo imparato nel tempo ad amare. E Stassi scrive una cosa molto acuta, in questo brano che parla di treni, di pendolari, di impiegati e un po’ forse anche di scuola e di insegnanti. Stassi scrive esattamente così:

 

Gregor Samsa era invecchiato insieme a me. Al pari di tanti altri pendolari e commessi viaggiatori, tutti e due avevamo ormai perso la voce. All’inizio, da giovani, si urla, dietro una porta, ci si solleva, si insorge con i capotreni, i dirigenti del movimento, i capo-uffici, i procuratori, la polizia ferroviaria. Si organizzano scioperi. Si scrivono lettere di reclamo. Ci si siede sui binari. Si promette agli amici, ai familiari e a tutte le persone a cui vogliamo bene che usciremo di lì. Ma presto non si è capaci di produrre che dei versi oscuri e inarticolati, che nessuno comprende, e si precipita in un silenzio rassegnato e spento, in attesa che la scopa del sistema ci spazzi via definitivamente.

 

E poi aggiunge anche così:

 

Non c’è una sola trasfigurazione nel racconto di Kafka. O meglio, il suo dispositivo narrativo è così perfetto da cannibalizzare il tema: non parla della metamorfosi, è una metamorfosi. Come tutte le opere letterarie riuscite, muta di continuo, in relazione al tempo e a chi la legge. Insieme a tutto quello che comprende. Per questo i personaggi hanno sempre la nostra età, ci anticipano e ci rincorrono insieme. Sono bambini, quando siamo bambini noi, e poi giovani, adulti, vecchi.

 

Ed è, a mio parere, una rilettura di Kafka molto bella. Ve la consiglio tutta.

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Davide P.
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