la vita normale

È probabile che stasera, prima del fine settimana, abbiate voglia di un libro, qualcosa di speciale, magari di ritrovare uno scrittore cui non pensate più da un po’ di tempo: nel caso, ho quello che fa per voi. Lo scrittore infatti potrebbe essere Francis Scott Fitzgerald, e la storia che avete voglia di sentirvi raccontare è magari questa, scritta da Matteo Nucci, che vale almeno una lettura e comincia così:

 

Immagino che sia felice, oggi, Francis Scott Fitzgerald, di sapere che a quasi settantasette anni dalla sua morte, l’insegnamento più importante lasciato agli scrittori che continuano a crescere leggendo la sua opera gira tutto attorno al cardine della serietà. Quando un attacco cardiaco lo uccise, a fine 1940, la prigione dorata del successo e della fama mondana ancora lo perseguitava. Nessuno pensava alla seria dedizione al lavoro di scrittore quando sentiva parlare di lui.

 

Ma è anche possibile che le cose stiano diversamente. È possibile che invece abbiate voglia di uscire e di pensare a una qualche visita originale per il sabato che arriva e che non vedete l’ora che arrivi. In tal caso, anche in tal caso, ho quello che fa per voi. Si tratta di uno splendido articolo sui piccoli musei romani che ci siamo sempre dimenticati di visitare e che invece nascondono piccoli tesori, angoli di un passato che non sapevamo di voler ricordare. Se ne parla qui, e si dice per esempio questo:

 

Il museo nazionale dell’alto medioevo è un piccolo gioiello incastonato tra le bianche linee verticali dell’architettura razionalista dell’Eur. Avevo letto che quei palazzi, che ospitano anche il museo etnografico Pigorini e il museo delle arti e tradizioni popolari, erano stati venduti per finanziare il completamento della Nuvola di Fuksas poco distante. Il museo era completamente vuoto, le luci abbassate, i monitor spenti. Quando sono entrato la signora della biglietteria mi ha guardato stupita ed è accorsa ad accendere le luci. “Sono tre giorni che non viene nessuno”, ha detto.

 

Oppure, non lo so, avete voglia di una ricorrenza, è possibile anche questo; di uno di quei momenti che segnano il nostro distacco dal passato, che ci contano i passi nel tempo; uno di quegli improvvisi ricordi che ci dicono che sono passati dieci, o venti, o quarant’anni addirittura, e noi facciamo fatica a crederci, ma è davvero strada che abbiamo fatto. In questo caso, come ormai vi immaginate, anche in questo caso, ho una cosa che fa per voi. È un bell’articolo su un disco splendido uscito proprio vent’anni fa, che ha cambiato la storia della musica, secondo pareri assai più autorevoli del mio. Non vi dico di quale disco si tratta, ma immagino che lo abbiate già indovinato. E se non lo avete indovinato, è probabilmente perché non lo avete mai ascoltato.

 

O infine, visto che oggi è iniziata la corsa più epica tra quelle che abbiamo in Italia, e non è una corsa a piedi, è possibile che il desiderio segreto che avete sia di leggere qualcosa che vi parli del Giro d’Italia, che vi racconti una di quelle leggende che solo il ciclismo, non capisco nemmeno il perché, è capace di costruire, che vi squaderni di nuovo davanti agli occhi le ragioni per cui vi siete tanto tempo fa innamorati di questo sport e delle storie che sa creare e raccontare. E allora, anche questa volta, potete seguire il mio link e troverete un bel racconto sul passo dello Stelvio, una delle salite mitiche dello sport che costruisce epiche meglio e più di ogni altro. Si legge qui e racconta così:

 

È il 1953 quando Vincenzo Torriani, il “disegnatore” del Giro, decide di mettere nella corsa quel passo così alto. Quella strada, un tempo bianca di ghiaia e di neve, venne tracciata dall’ingegnere Carlo Donegani, bresciano e Cavaliere dell’Impero austriaco. Francesco I d’Austria voleva quell’itinerario per collegare Vienna, l’Alto Adige e la Lombardia. Nel 1825 il taglio del nastro e i primi cavalli, sfiniti dalla fatica, cominciarono a transitare su quelle rampe. Torriani rischia grosso con quella pensata. Ma, come al solito, lui ama l’azzardo, gioca in maniera spregiudicata. «Nessuno l’aveva messo in conto questo passo alto quasi 3000 metri, al confine con la vicina Svizzera. Una montagna alta fino all’impossibile… Con quella sua carrozzabile che da Prato allo Stelvio, in provincia di Bolzano, si inerpica verso l’alto lungo la Valle di Trafoi quasi fosse una scultura lunga 25 chilometri. Non uno di meno. Lo fa, per giunta, senza sosta, con pendenze costanti che si attestano tra l’8 e il 9% e tornanti che sembrano di essere sull’ottovolante… Senza contare che poi, dalla cima del passo, gli stessi dovranno avere il fegato di scendere dall’altra parte, verso la Valtellina, verso Bormio. Viene il mal di testa solo a pensarci. Altri 22 chilometri di tornanti e passione…».

 

E però, nonostante tutto questo, nonostante scrittori e dischi memorabili e leggende sportive e musei dimenticati, nonostante tutta questa bellezza e questa nostalgia, il post più bello che potete leggere stasera, lo trovate altrove, secondo me. Si tratta di poche righe davvero e racconta di un’esperienza talmente comune che si fa fatica quasi a spiegarla. Non la spiego, infatti. Vi invito solo a usare tre minuti per leggerlo e poi forse un quarto d’ora per pensarci su, se vi basterà. Perché racconta di noi, delle nostre abitudini e degli angoli in cui ci nascondiamo così bene da non vederli più, né gli angoli né le abitudini. Finché un giorno, una luce improvvisa… Il post è qui e comincia così:

 

Teniamo in casa per una decina di giorni una sedicenne di Francoforte. Programmi di scambio, quelle cose lì. Ovviamente ti prepari: il letto, un pezzo di armadio, il bagno, i biglietti giornalieri, l’adeguamento degli orari delle sveglie e tutto il resto. Fai la vita normale, che è uno degli obiettivi di questi periodi in casa altrui (una cosa tipo a day in the life), sapendo che non può esserlo davvero, che è tutto un po’ fuori sincrono, che è tutto un po’ meno vero…

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Davide P.
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