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la solitudine di altri

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Mi piacerebbe molto dirvi, stamattina, che il pezzo introduttivo scritto da Gianni Mura per un libro che vuole raccontare uno scrittore e la sua città, quella Barcellona degli anni Ottanta che io, miracolosamente, feci tempo a conoscere e che non esiste più da tanto tempo, ecco mi piacerebbe moltissimo potervi dire che si tratta del pezzo più bello e interessante che posso proporvi oggi e che sarebbe meglio che non ve lo perdeste. E però, scusatemi, non sarà così: perché il pezzo, che pure tiene insieme due cose tanto belle (la Barcellona degli anni Ottanta, appunto; e il ricordo di Manuel Vázquez Montalbán, che di quella città fu senz’altro il maggior narratore e uno degli scrittori che amai senza riserve in quegli anni), è una pagina un po’ ovvia, infarcita di una retorica così fintamente antiletteraria che non ho potuto resistere alla tentazione di segnalarlo, ma al contrario. Per dire appunto che no, non è questa la città, non fu questo lo scrittore, non secondo la mia inutilissima opinione.

 

Ci fu invece ben altro in quei romanzi, un’umanità ben lontana dal presepe che certuni oggi vogliono disegnare, una stanchezza assai più significativa, in cui calcio e gastronomia erano una cosa ben diversa da quello che oggi si pretende che siano; e certi giornalisti, che pure hanno penne celebratissime, non hanno saputo, secondo la mia sempre inutile opinione, coglierlo: si sono fermati alla superficie, a quella patina di miseria attraente che è soltanto facile stereotipo, non hanno scavato di un millimetro sotto quell’apparenza «umana», non sono andati oltre le figurine bidimensionali di vicoli rappresentati per piacere a chi non ci ha mai vissuto, vie del Campo adatte alle canzoni e non ai passi di chi davvero, magari, ci lavora, dalle otto alle otto; e spera, dovendoci lui passare più volte al giorno, che nessuno, per la strada, ci faccia la pipì.

 

Per cui, scusatemi di nuovo, spero di non deludervi se vi scrivo che ho trovato molto più interessante il pezzo, di assai minori pretese, scritto da Tracey Thorn (che è davvero cantante pop – ma è così meno pop di quelli che guardano il Raval dall’alto di una loro incomprensibile, a me, statura letteraria) a proposito della solitudine. Ha un inizio molto bello e dice una cosa assai semplice, sul fatto che non si debba indulgere alla propria solitudine, anche se sappiamo bene che siamo tutti così soli, e non c’è niente da fare, e qualunque cosa si faccia sarà soltanto un anestetico, ma altro non abbiamo. Inizia così:

 

Da dieci giorni sto da sola. Cioè, c’è un quindicenne in casa con me, e anche una diciannovenne, ma gli adolescenti vivono nelle loro camere, emergendone solo ogni tanto per annunciare che sono diventati vegetariani o che vogliono un poster dei Pink Floyd, quindi non è che siano di grande compagnia. E dopo un po’ mi accorgo che sono già diventata una persona diversa, che sono cambiata o forse regredita. Comincio ad avere un’idea della persona che sarei se fossi sempre sola. Mi aggiro rumorosamente per casa anziché starmene nel mio solito angolo del divano a guardare la tv. Invece la guardo sul computer, seduta al tavolo della cucina, e la sera mi infilo sotto le lenzuola stropicciate del letto sfatto, riempiendo l’impronta che ho lasciato la sera prima.

 

Ma forse, ancora di più, la cosa più bella che ho letto sul web stamattina è una semplice frase, un aforisma, una battuta che ha di nuovo a che fare con la solitudine ma che riesce a dire anche una forma di amore e di stanchezza e di egoismo (tre cose che sono anche uno splendido ritratto di Pepe Carvalho, tra l’altro; e quindi anche di Manuel Vázquez Montalbán). L’ha scritta Gaetano Salvemini e io l’ho trovata sul blog di Malvino e dice così:

 

«Comincio ad invecchiare. Sono stanco, ho perduto il gusto per le questioni rumorose, senza cui non si fa politica. Probabilmente la vecchiaia comincia a farmi diventare egoista. E l’egoismo assume la forma di amore per lo studio».

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Davide Profumo
Davide Profumo
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1 Comment

  1. Alan ha detto:

    La vecchiaia non fa diventare egoisti, perché egoisti lo si è dalla nascita. La vecchiaia ti fa capire che forse sarebbe stato meglio non reprimere il sentimento, come stupidamente abbiamo fatto per troppo tempo.

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