Scrivo di Europa, se ne avete voglia. Poche righe, qualche appunto, solo per ricordare a me stesso (e a chi come me ne ha il bisogno) che c’è davvero una terra a cui non smetto di appartenere mai, nemmeno quando penso alla fuga o quando fuggo davvero. Scrivo di Europa e dunque parto da un luogo preciso, questo: Atene, la culla, l’ombelico, il primo dei passi che ho mosso quando ancora non c’ero. Ed è uscito qualche giorno fa, grazie alla penna sempre ricca di suggestioni di Matteo Nucci, uno splendido pezzo su Atene e il suo (suo?) porto, a cui non riesco più a non pensare:

 

Quando, nel 480, Temistocle fece costruire le Lunghe Mura per unire Atene al suo nuovo porto – il Pireo sostituiva così per sempre l’antico Faliro – pochi potevano immaginare che quell’opera avrebbe segnato per sempre l’immensa contraddittorietà della città che dopo le Guerre Persiane si avviava al suo apogeo. Fare di Atene e il Pireo una stessa cosa – questo il sogno di Temistocle che Pericle avrebbe reso un manifesto. Città marinara, potere sul mare, guerra attraverso il mare, ricchezza per mezzo dei commerci che arrivavano dal mare. Atene era il suo mare e la dea della città era la dea capace dell’intelligenza fluida tipica delle acque marine.

 

Bisogna inseguire le note del bouzouki o del baglamas, le voci stridule o roche, le storie di amore, abbandono, criminalità e ferocia tipiche del rebetiko per ritrovare il Pireo di Platone. Qui infatti il più grande scrittore e filosofo della nostra storia sosteneva di non voler scendere mai. Il porto del malcostume, della prostituzione, dei traffici, dei mercanteggiamenti e degli inganni. Il luogo simbolo della contingenza e del cambiamento continuo contro la perfezione eterna dell’idea. Mai concedersi di avere a che fare con i Traci che dominavano sul Porto. Lo diceva, lo scriveva, e nessuno mai gli credette davvero. Tutti sapevano infatti che il grande pensatore, fradicio di eros, amava il porto, amava quegli amori furtivi e quegli inganni notturni. Amava prendere il largo da lì verso Siracusa, come aveva visto fare Alcibiade, una mattina del 415 e lui non aveva neppure dodici anni di età.

 

È un pezzo bellissimo, così bello che basterebbe da solo a questa rubrica e al mio parlare oggi di Europa, la mia penisola. Ma ho anche un’appendice da raccontare, di qua dall’Adriatico. Un’altra città, ben più piccola, che racconta una storia difficile eppure tutta europea, ancora terribilmente europea. La città è Otranto, bella come solo certe cittadine del mezzogiorno italiano possono essere, raccontata attraverso il pavimento di una sua chiesa e con le parole di Carlo Ossola, che l’ha per me interpretato:

 

Otranto non è solo ricapitolazione della coscienza medievale e delle sue riviviscenze romantiche; è anche testimone della crisi dell’Occidente cristiano: la battaglia di Otranto (agosto 1480) fu un terribile monito del pericolo turco: 800 cittadini decapitati perché renitenti alla conversione all’Islam (i «beati martiri idruntini»), altri mutilati o fatti schiavi. La reazione cristiana, guidata da Sisto IV, fu immediata; la città nuovamente assediata – stavolta da parte dei fedeli- e la morte, intanto, di Maometto II fecero sì che Ahmet Pascià dovesse cedere e riconsegnare, il 10 settembre 1481, la città – un cumulo di macerie – al duca Alfonso di Calabria. Ad essa ha dedicato un romanzo corale Maria Corti nell’Ora di tutti, 1962, un narrare nel quale – come osservò Oreste Macrì – «lo strato popolare congiunge i popoli nemici ai vertici nel segno della “nenia triste” del saraceno». La pena e il coraggio pareggiano, manzonianamente, vincitori e vinti: «Che uomini questi popolani. Come farà la storia a non perderne di vista nessuno? […] Colangelo, brav’uomo che mangiava sarde sott’olio e covava nella sua oscura esistenza un imprevedibile eroismo: morì dopo aver fatto strage di un mucchio di turchi, senza una parola. Così possono comportarsi uomini umili, caduti nella rete di un grande destino» (L’ora di tutti).

 

E infine, a chiudere, un libro, come è giusto (e forse è un libro di cui scrivo per la seconda volta, ma ve bene lo stesso). Ha l’Europa già nel titolo e forse anche nella struttura; ed è un libro terribile, proprio per la sua struttura. E racconta la storia dell’Europa del XX secolo in modo molto originale e dice strane cose come questa:

 

Nel XX secolo il sesso ha acquisito una grande importanza in Europa e a poco a poco è diventato più importante della religione e quasi quanto il denaro e tutti volevano accoppiarsi in modi diversi perché il desiderio restasse intatto e gli uomini si cospargevano il membro virile di cocaina per prolungare l’erezione.

 

Lo trovate ben presentato qui e vale, a mio parere, la spesa di comprarlo e il tempo di leggerlo.

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Davide P.
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One Response to “la rete di un grande destino” Subscribe

  1. .mau. 25 giugno, 2017 at 7:59 pm #

    Sto leggendo Europeana. È davvero favoloso, anche se ho il sospetto che per molti sarà una schifezza che butteranno via dopo poche pagine. Però dà davvero da pensare.

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