la quarantesima pagina

Mi capita, sempre più spesso, di non riuscire a finire (o anche di non riuscire ad andare oltre la quarantesima pagina di…) libri molto apprezzati, che tanti amici intelligenti, che hanno la cortesia di frequentarmi, reputano invece libri bellissimi. Addirittura mi capita non solo con i libri ma con l’opera omnia di alcuni scrittori, che i miei amici intelligenti amano, e di cui io lascio a metà qualsiasi romanzo (opppure li finisco, ma distrattamente, solo per dire che li ho finiti e per sentirmi un po’ meno solo, come tutti).

E quando mi capita, naturalmente, mi sento male, penso di non capire più la letteratura e la sua bellezza, di essere invecchiato male (cosa che è tra l’altro sicuramente vera…), di avere perso quel po’ di sensibilità per la lettura che qualche anno fa ancora mi restava. E mi dispiaccio molto. E a volte, nei casi peggiori, mento ai miei amici e fingo che certi libri mi siano piaciuti lo stesso: per non essere diverso, per non venire escluso, per stare in pace nel mondo. Come tutti.

Perché non è mica vero che io detesti certi libri o certi autori: è proprio che non li capisco, o semplicemente che non li amo, mi lasciano indifferente, forse perché ci sono certi dettagli che mi infastidiscono, anche se non saprei mai dire quali siano esattamente questi piccoli dettagli. Ma, per fortuna, ogni tanto, arriva Paolo Nori. E improvvisamente mi rilasso e mi sento un po’ meno solo; e finalmente capisco quali siano (o possano essere) i dettagli che mi infastidiscono di certi libri e di certi autori, come sia possibile che io non li ami quando evidentemente dovrei, che cosa mi succeda quando arrivo alla quarantesima pagina e chiudo il libro e non vado più avanti. E quindi, anche se continuo a sapere che sto invecchiando male, mi fa piacere leggere quello che Nori pensa mentre legge Jonathan Franzen o Jonathan Safran Foer, come mi è successo oggi. In un articolo davvero prezioso, che dice per esempio così:

A pagina 139 si legge: «Jacob e Julia si nascondevano dentro il lavoro che si nascondevano a vicenda. Cercavano la felicità che non avevano a spese della felicità di qualcun altro. Si nascondevano dietro la gestione della vita famigliare. Il loro cercare più puro era di Shabbat, quando chiudevano gli occhi e rinnovavano la casa e loro stessi. Quell’architettura di minuti, quando Jacob andava in bagno e Julia non leggeva il libro che aveva in mano, era il loro nascondersi più puro». Che io, devo dire, non ho capito benissimo cosa facessero, Jacob e Julia: lei non leggeva, che è una cosa che succede spesso, nel libro, non legge nessuno (anche Jacob, che è uno scrittore, non legge neanche un libro, ascolta dei podcast), ma, anche se non ho capito, ho l’impressione che questi Jacob e Julia siano due persone intelligenti; se dovessi trovare un aggettivo per definire Eccomi, direi che è un libro arguto, che detto così può sembrare un complimento non sono sicuro, che sia un complimento.

Vi consiglio l’articolo di Nori, pertanto, se volete. E anche di leggere i due libri che cita, così per vedere se anche voi, insomma, cominciate a sentire uno strano fastidio (come una voglia di uscire di casa…) alla trentanovesima pagina o se invece, per fortuna, state invecchiando molto meglio di me.

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Davide P.
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