Mi fa piacere riproporre oggi per intero (figuriamoci un po’) il denso post scritto qualche giorno fa da Marco Fulvio Barozzi, una delle più lucide compagnie tra quelle che sulla rete italiana mi vanto (con me stesso, tacitamente) di frequentare, e che vi imperversano senza paura. Lo ripropongo per intero perché è un post che sottoscriverei quasi parola per parola, perché sostiene tesi che valgono perfettamente anche per lo studio letterario e perché in giorni di scoperte scientifiche importantissime, come sono stati questi, dice parole che è sempre bene non dimenticare. Marco Fulvio Barozzi, in arte Popinga, scrive così:

 

Se ancor oggi sono moltissimi coloro che credono agli oroscopi o alla guarigione per intervento soprannaturale, se l’esposizione del cadavere mummificato di un «santo» attira folle adoranti, se le diffidenze fideistiche contro i vaccini stanno aumentando pericolosamente l’incidenza di morbi infettivi ritenuti ormai sconfitti, il compito dell’educazione e divulgazione scientifica è ancora assai difficile e, per certi versi, può apparire senza speranza: nuove false credenze si affiancano a quelle antiche o ne prendono il posto, quasi a significare un bisogno innato di spiegazioni semplici e mitiche, perché il metodo scientifico richiede impegno e ragionamento, e l’uomo comune preferisce la meraviglia del mistero a quella della scoperta. L’impero dell’audience e della tiratura queste cose le sa bene, e affianca alla ricerca del profitto un livellamento verso il basso della sua offerta, che si fa sensazionalistica e superficiale, quando non deliberatamente menzognera.

Le scoperte della scienza e le realizzazioni della tecnica hanno cambiato e cambiano sempre di più la vita dell’uomo, ma c’è bisogno che al fatto dell’innovazione si affianchi la spiegazione del come e del perché, altrimenti anch’essa diventa oggetto di quella manipolazione mitologica su cui campano ciarlatani, professionisti della fuffa e della religione, Dulcamara delle staminali e profeti di una nuova era che assomiglia tanto a un Medioevo culturale.

Il problema dell’educazione scientifica è principalmente questo: richiede un minimo di ragionamento, di basi culturali fondamentali, di capacità di distinguere cause ed effetti. Insomma richiede fatica. Possiamo cercare di ridurre questa fatica, ma non possiamo eliminarla. Possiamo schierare tutte le nostre armi pedagogiche e tutti gli effetti speciali della multimedialità, ma dobbiamo essere consci che, per la maggior parte delle persone, la fatica è oramai un disvalore.

 

E poi, per non lasciarvi senza colori nemmeno in una giornata come questa, un piccolo estratto da un libro che a suo tempo amai moltissimo e che mi insegnò (a me, tutto così concentrato sulla sola bellezza delle parole…) a riconoscere un po’ di bellezza anche nei colori e nelle forme. Lo ha riportato ieri Paolo Nori sul suo blog. Parla di stelle di cieli blu e di prati verdi, e di una finestra da cui guardare il mondo. E, se alla fine della breve lettura vi steste per caso dicendo che non c’entra niente con quanto scritto da Barozzi qui sopra, be’ con gentilezza e garbo, con umana e umanistica comprensione, vi direi che forse, se avete tempo, sarebbe meglio che li rileggeste tutti e due.

 

I bambini a volte credono che le stelle debbano essere a forma di stella, per quanto in realtà non lo siano affatto. La gente che insiste perché in un quadro il cielo sia azzurro e l’erba verde non differisce molto da quei bambini. Essa si indigna vedendo altri colori in un quadro, ma se fosse possibile dimenticare una buona volta tutto ciò che abbiamo udito del cielo azzurro e dei verdi prati e guardare il mondo come se, appena giunti da un altro pianeta in un viaggio di scoperta, lo vedessimo per la prima volta, ecco che gli oggetti ci apparirebbero suscettibili delle coloriture più varie e sorprendenti. Ora, i pittori a volte si sentono come in un viaggio di scoperta. Essi vogliono una visione fresca del mondo, fuori di ogni nozione scontata, di ogni pregiudizio sulla carne rosea, sulle mele gialle o rosse. Non è facile affrancarsi da queste idee preconcette, ma gli artisti che meglio ci riescono creano spesso le opere più interessanti. Sono loro che ci insegnano a vedere nella natura bellezze nuove che mai avremmo sognate. Se li seguiamo e impariamo da loro, perfino guardare dalla finestra potrà diventare un’avventura emozionante.

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Davide P.
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One Response to “la forma che hanno le stelle” Subscribe

  1. Stefania S. 16 febbraio, 2016 at 10:09 am #

    Il pensiero di Barozzi non fa una piega. Però, vien da dire, perché impedire allo stupido di identificarsi? Sempre che, ovviamente, il Sistema Sanitario Nazionale non si faccia carico delle spese per l’omeopatia o per le trasferte al santuario della Maria salvatrice. ..

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