A cura di Claudio Fresco

Uno studio estremamente interessante è stato presentato al congresso dell’American Heart Association di Chicago, e riguarda il rischio di demenza nei pazienti cronicamente trattati con un anticoagulante orale tradizionale associato a un antiaggregante. In questo studio 1031 pazienti con fibrillazione atriale ma senza precedenti neurologici e senza storia di demenza sono stati classificati in tre gruppi a seconda della percentuale di valori di INR superiori a 3. Il gruppo in cui l’INR era risultato superiore a 3 almeno il 25% delle volte (240 su 1031) ha sviluppato segni di demenza molto più frequentemente rispetto al gruppo in cui i valori di INR sono risultati superiori a 3 in meno del 10% delle misurazoni (HR 2.40 p<0.001). Tutto questo è successo in un gruppo di pazienti in cui il TTR è risultato superiore al 70%, quindi molto meglio dei trials randomizzati. Lo studio, ancorché piccolo, ci insegna che il rischio neurologico associato alla fibrillazione atriale e al suo trattamento va anche oltre gli eventi catastrofici e ovviamente clinicamente evidenti come gli stroke e i TIA, ma si estende a un cronico microdanneggiamento che, almeno teoricamente, potrebbe essere prevenuto usando farmaci che danno meno fluttuazioni dei livelli di anticoagulazione.

Bunch TJ. Abstract #13426; Chicago, American Heart Association Scientific Session 2014.

Fresco ohibò luglio F1

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Claudio Fresco
Presidente eletto Responsabile Scientifico Dipartimento di Scienze Cardiotoraciche Azienda Ospedaliero-Universitaria “Santa Maria della Misericordia” - Udine

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