Ogni volta che penso agli esami di maturità (e ogni volta che riesco a non pensare a me e ai miei alunni ed ex alunni), penso a una scena di un film di Nanni Moretti, che forse era Ecce bombo, non lo so. E ogni volta ne ho il medesimo senso di fastidio, ogni volta un gesto della mano ad allontanare da me il pensiero, ogni volta un piccolo chinarsi della testa in una direzione che io immagino essere quella opposta agli esami di Stato, o di maturità, o di come essi si chiamino da qualche anno a questa parte (mutando il nome ma restando immutata la loro inconsistenza).

 

Perciò accolgo oggi con un sorriso (almeno quello) il breve racconto di Sebastiano Vassalli su un esame di maturità (di Stato) che non è stato ma potrebbe essere, come tutte le cose che la letteratura racconta. Ve lo consiglio, prima di uscire e di occuparvi di altro; e vi consiglio anche di dare un’occhiata ai commenti al piede di tale racconto, da cui si intuisce come uno dei problemi che affligge la nazione sia senz’altro quella della totale mancanza di senso dell’ironia e dell’umorismo. E che forse le due cose (il sentimento che pervade l’esame raccontato da Vassalli e la totale estraneità all’ironia di gran parte dei commentatori) siano figli di una stessa madre, che ancora non abbiamo capito quale sia, ma che creando molti problemi di sovrappopolazione anche nella nostra vecchia Europa.

 

Il racconto di Vassalli comincia così:

A me m’hanno promosso l’anno scorso. M’hanno fatto ragioniere (puh). Col minimo dei voti perché io rifiuto il nozionismo e gli esami vorrei che fossero diversi, senza gli scritti e gli orali e le domande tipo quiz, chi è l’autore dello Zibaldone? Cos’è la termodinamica? Chi ha detto «Bruto, figlio mio»? Secondo me i professori devono verificare la maturità del cosiddetto candidato studiandone i comportamenti anche fuori dell’ambiente scolastico, cercando di capirlo, di proteggerlo, di aiutarlo in ogni circostanza e sempre.

 

E poi prosegue così:

Alla fine è intervenuto il presidente cioè il preside della commissione esaminatrice per chiedermi: «Ma lei è proprio convinto di essere maturo»? Sì. Mi sono alzato in piedi: Ho risposto: «Signor preside della commissione» (l’ho chiamato signor preside della commissione per fargli capire che riconoscevo le gerarchie, rispetto le istituzioni eccetera. Che non sono un sovversivo, io). «La ringrazio per questa domanda che mi dà modo di chiarire la mia posizione nei confronti della matematica e degli esami» e intanto che parlavo pensavo, qual è la mia posizione nei confronti della matematica e degli esami» Ah, ecco; «Noi stiamo qui a fare le equazioni e ogni anno nel mondo milioni di persone muoiono di fame», bum. La vita è dura, ragazzi. E l’esperienza insegna che gli esami si possono anche sbarcare citando i morti di fame oppure i drogati, i disoccupati, i terremotati, i carcerati, i falliti (perché i prof, generalmente sono dei poveretti che se gli parli di cose grosse si spaventano).

E infine anche così:

Ho smesso quando il preside mi ha chiesto: «Si può sapere in che cosa consiste la sua maturità»? Con una faccia da sfottere che lo faceva sembrare quasi furbo! «Abbia la compiacenza di spiegarsi». Ho detto: «Nella consapevolezza dei problemi» e sono rimasto stupito io stesso per la precisione di quella risposta. Che bella frase. Accidenti. Chissà come aveva fatto a venirmi in mente.

 

[Ma se invece è di cose più serie che avete voglia di leggere – e non posso nemmeno darvi torto, ché sono giorni importanti, per molte ragioni –, ecco, in tale caso avrei due temi che valgono secondo me la nostra riflessione. Sui migranti, per esempio, e sull’autoritratto che la questione «migranti» ci presenta in questi giorni, trovate un bel post scritto qui; e sul nostro modo di pensare la giustizia e la cronaca che la racconta (e i colpevoli che prendiamo e che sbattiamo in galera), ecco, c’è un bel post qui, che vi racconta la storia di Marta Russo, quella ragazza che una mattina passeggiava all’università e non è più tornata a casa… Buona lettura, a parte gli scherzi.]

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Davide P.
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