il meccanismo rotto

Mi sarebbe piaciuto fin da subito, ieri mattina, scrivere le due o tre righe che potessero con chiarezza esprimere il mio pensiero a proposito della vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane. Però non sapevo cosa dire, in tutta onestà. Mentre ci pensavo, mi rendevo conto che avrei comunque parlato per sentito dire, che non sono mai stato un operaio del Midwest, per esempio, e nemmeno un autotrasportatore che viva in Texas o in Arizona, o nemmeno uno che abbia tentato di aprire un locale nella baia di San Francisco. Insomma, come posso parlare di qualcosa che non so nemmeno che cosa sia?

 

Anche per questo ho cercato altre voci, qualcuno che (come al solito) potesse spiegarmi qualcosa della cultura di cui si nutre la vittoria di Trump, il suo imprevisto eppure formidabile consenso. Perché, su questo proprio non ho dubbi, di una cultura si tratta: troppo facile dire il contrario, che si tratta di semplice ignoranza o di superficialità. Piuttosto dovremmo cominciare invece a confessarci incapaci di misurare il perimetro di questa cultura, almeno con gli strumenti che abbiamo; piuttosto dovremo provare a trovarli (o a inventarli) gli strumenti che ci aiutino a disegnare i contorni piuttosto imprevedibili della cultura di cui Trump è, in questo momento storico, la più visibile delle bandiere.

 

Ma sono passate intanto più di ventiquattro ore e io non sono riuscito a trovare quasi niente che mi abbai  davvero soddisfatto. C’è una bella riflessione di Alessandro Giberti che mi è parsa degna di nota e di un appunto. Dice che il tempo di Trump è il nostro tempo, non altro; e dice che è quindi da questa considerazione che sarà necessario partire per capire, magari, qualcosa. Io credo che abbia molte ragioni e ve ne propongo un passaggio, sperando possa esservi di stimolo a qualcuna delle riflessioni a cui io non stato capace di giungere. Per esempio questa:

 

Più che Donald J. Trump ha vinto lo zeitgeist, lo spirito del tempo. Ha vinto lo spirito di un tempo infame che aveva già pervaso le urne in precedenza a tutte le latitudini del mondo occidentale: con la Brexit in Gran Bretagna, con Le Pen in Francia, a casa nostra con i Cinque Stelle, in misura minore in Spagna con Podemos, e poi in Ungheria, Polonia, Austria, Grecia. Ha vinto lo spirito del tempo, che non è quello del merito, cioè di chi entra nel merito, e certo non è neanche quello di chi sa di che parla, ma è di chi la spara più grossa, nel modo più greve e per una durata più estesa. Si dice anche sia il tempo della gente comune, ma non è così: più che altro è il tempo di gente arrabbiata – anche a ragione – che non trova nulla di meglio da fare che aderire alla speranza potenzialmente più sovversiva, all’ipotesi più scabrosa, allo slogan più altisonante – e questo sì, è stata l’unica cosa che Trump ha avuto di davvero formidabile: quel “Make America Great Again” si capiva avrebbe funzionato come detonatore irrefrenabile di classi medie tradite, di maschi bianchi terrorizzati, di pistoleri da giardino e negoziatori di trattati internazionali via Facebook.

 

Però, più che a tutte le riflessioni a posteriori, io credo sia a questo punto necessario cominciare a guardarci un po’ indietro, a tutta la strada che abbiamo nel frattempo percorso, per capire anche quale tipo di strada sia stata, in realtà. Ecco, a questo proposito, mi piace molto riprendere un reportage americano proposto da Giorgio Vasta pochi giorni prima delle elezioni presidenziali. Ancora non si sapeva quello che oggi sappiamo (che ha vinto Donald Trump) eppure mi pare che lo «spirito del tempo», come dice Giberti, fosse già tutto evidente in quegli scarni ritratti di uomini e donne che ci assomigliano in un modo che forse non possiamo ancora sospettare. Lo trovate qui, il reportage: io lo ritengo molto bello e mi pare che sia il commento più efficace alle elezioni presidenziali americane che, nel frattempo, ci sono state e che io non so per niente commentare. E questo è un passaggio:

 

Glenn ha quarantacinque anni e vive a Sulphur, Louisiana, in una camera a due letti del Red Roof Inn, la finestra del motel che si affaccia sull’interstate. Quando lo incontriamo – le sei del mattino ed è ancora buio – Glenn ha appena staccato dal lavoro alla raffineria, ha addosso il giubbotto giallo fluorescente, il ricetrasmettitore appeso sotto lo sterno, i jeans impolverati e le scarpe da lavoro. Ci racconta che ogni mattina, prima di andare a dormire, si siede davanti al motel – una sigaretta e qualche lattina di Bud Light – a fare due chiacchiere con gli altri operai che hanno finito il turno, aspettando che poco a poco la luce si strutturi e arrivi l’alba. Glenn ha combattuto in Somalia – e si tocca la schiena nel punto in cui è penetrata la pallottola che l’ha tenuto fermo per mesi – e in Afghanistan (e nel dirlo aggiunge of course, ma sottovoce, come se aver combattuto in Afghanistan, per lui che è stato un soldato, fosse implicito). La vita militare, dice, è stata un imprinting. Nel senso che lo ha abituato alla fatica e alla transitorietà, a non sapere cosa accadrà domani. E dunque vivere in un motel, lavorare di notte e dormire di giorno non gli pesa, come non gli pesa usare buona parte di quello che guadagna per mantenere l’ex moglie e le due figlie in Florida; della cicatrice che gli divide il naso in due – ciò che resta della notte in cui correndo dietro a due donne venne pestato e rapinato da due uomini – è persino orgoglioso.

 

E potrei chiudere qui, sinceramente. Ma ho letto una bella poesia oggi pomeriggio, sul web, e vorrei tanto che potesse essere , per qualcuno di voi come lo è stata per me, un altro possibile commento a quello che ci sta accadendo, in questo tempo di cui fatichiamo a cogliere lo «spirito», se c’è. È una poesia di Valerio Magrelli, l’ho letta qui (in un articolo che meriterò forse una vostra piccola, marginale riflessione), e suona così:

 

Amo i gesti imprecisi,
uno che inciampa, l’altro
che fa urtare il bicchiere,
quello che non ricorda,
chi è distratto, la sentinella
che non sa arrestare il battito
breve delle palpebre,
mi stanno a cuore
perché vedo in loro il tremore,
il tintinnio familiare
del meccanismo rotto.
L’oggetto intatto tace, non ha voce
ma solo movimento. Qui invece
ha ceduto il congegno,
il gioco delle parti,
un pezzo si separa,
si annuncia,
dentro qualcosa balla.

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Davide P.
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2 Responses to “il meccanismo rotto” Subscribe

  1. Stefania S. 10 novembre, 2016 at 6:57 pm #

    Prendiamone atto: basta spararla grossa, per vincere facile, soprattutto se uno ha in mano la briscola (trump, in inglese) e l’altro gioca distratto (ilarius, allegro…). Va be’, pazienza, di stupidi ce n’è tanti, prima o poi lo impareranno anche gli analisti.

    • Davide P. 10 novembre, 2016 at 7:13 pm #
      Davide P.

      Gentile Stefania, lei mi provoca (senz’altro innocentemente) a dire l’unica cosa che non ho detto nel mio post: cioè che spero che da oggi in poi nessuno paghi più sondaggisti e analisti per raccontarci quello che succederà alle prossime elezioni. Sono i soldi peggio spesi di sempre, ne converrà.

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