gli angoli alle pagine

I luoghi sono le mie pagine. E viceversa, ovviamente: le pagine dei miei libri sono i luoghi della mia vita. Non esiste luogo se non è stato raccontato in una pagina, non esiste pagina che valesse la pena di essere letta che non sia anche un luogo, letterario appunto, oppure amoenus, o anche soltanto un confine, un limite, una chiusura, un’apertura, una strada, un angolo dietro il quale… E ogni volta che leggo di un luogo mi viene immediatamente voglia di partire, per vederlo o rivederlo, sto già partendo, ho le scarpe ai piedi e la valigia in mano, e la mia valigia è fatta soltanto delle parole che ho lette o ascoltate, niente biancheria di ricambio, solo le pagine che mi hanno alzato in aria, come tappeti volanti, sono partito, arrivederci, addio, anche oggi vi saluto. E senz’altro tornerò, lo sapete, ma sarò impercettibilmente diverso, a ogni pagina di libro a ogni angolo di strada, leggermente differente, tanto da non tornare mai uguale a prima… Perché è il fiume identico a se stesso che non bagna mai lo stesso uomo per la seconda volta, a dirla tutta.

 

E insomma, ho delle pagine che parlano di luoghi da proporvi oggi. Luoghi lontani oppure vicinissimi, luoghi belli e brutti, pagine speciali, per molti versi. A partire da quelle parlano di Timbuctù e dei libri di Timbuctù, che è una città talmente immaginaria che solo il fatto di averla immaginata la rende più letteraria di qualsiasi altro libro, secondo me. Il pezzo lo ha scritto Fabio Stassi e lo trovate qui. Ha questo splendido inizio, indimenticabile inizio:

 

In un racconto di Gesualdo Bufalino, Le visioni di Basilio, alla fine di un cataclisma atomico il Senato del Mondo decide di proteggere da un’invasione di tarli giganteschi le carte più nobili dell’umanità. A guardia del tesoretto, in cima al Monte Athos, viene scelto il novizio Basilio. Ma una notte un tic toc minaccioso annuncia che la fortezza è stata violata. Allora Basilio si cosparge il corpo di miele perché aveva letto che i tarli ne erano golosi, si stende nudo sul pavimento, aspetta di avere addosso tutte le truppe nemiche, poi spalanca la finestra e precipita nell’Egeo.

 

Ma, quasi più lontano, c’è un luogo che è invece per noi quasi inimmaginabile, il lago Baikal, nella Siberia più distante, un luogo di ghiaccio e di luce, su cui si viaggia in fuoristrada, su cui si piantano tende e si dorme la notte (proprio sul lago, diventato lastra di ghiaccio), entro i cui labili confini si cerca di capire se c’è qualcosa che possiamo ancora immaginare o se invece tutto è già stato raccontato, ogni luogo, ogni angolo di ghiaccio… Il pezzo è interessante, lo ha scritto Marina Forti, dice che il turismo di massa sta distruggendo anche questa inconcepibile lontananza, ma a un certo punto scrive anche così:

 

Il ghiaccio è un mondo surreale. Ora bianco, accecante, spruzzato di neve. Ora levigato dal vento, lucido, così trasparente che mette in soggezione: uno specchio nero come gli abissi, con venature bianche che formano disegni astratti. O ancora distese di lastre azzurrine, come cocci di vetro sollevati dalle onde e fissati dal ghiaccio. La jeep procede tra i bagliori, luce lattiginosa quando è nuvolo, scintillante quando si affaccia il sole. Il silenzio è rotto da brontolii come tuoni lontani, o da un colpo secco: lastre ghiacciate cozzano tra loro, una crepa si apre sulla superficie gelata. Grosse lastre si sollevano e si rinsaldano formando scalini. A volte le crepe diventano veri e propri crepacci in cui si fa strada l’acqua del lago: torneranno a congelarsi in poche ore, ma se la crepa è fresca può essere pericolosa.

 

Ma i luoghi sono anche vicinissimi, angoli di mondo cui apparteniamo e che nemmeno dobbiamo immaginare, perché sono lì, a portata delle nostre mani e dei nostri occhi, dietro l’angolo. Eppure forse non li abbiamo mai davvero visti per come qualcuno li sa raccontare (ogni racconto è un’immaginazione), nella loro umanità sorpresa e sorprendente, nel loro incessante mutare e cercare di non farlo. Il mercato di sant’Ambrogio a Firenze, raccontato da Claudio Giunta, ha ancora la bellezza dei luoghi che vale al pena di percorrere, a piedi o con lo sguardo che scorre sulle parole, non è tanto diverso:

 

Quando cammino per il mercato mi sale dentro questo rispetto per il lavoro, per la gente che lavora, un rispetto che invece tende a evaporare davanti agli scaffali del supermercato, soprattutto perché al supermercato non vedo le facce di quelli che la mattina prestissimo, mentre io dormivo ancora, li hanno riempiti: stendete un velo sui mediatori, e vi sembrerà che il mondo cammini con le sue gambe, non con le loro. E nel rispetto c’è anche un po’ d’invidia perché questo mondo, a guardarlo da fuori, sembra persino più sereno del mio. Mi piace la calma che quasi tutti mantengono anche nella concitazione del sabato mattina; e mi piace che tutti si conoscano e che, in linea di massima, siano gentili l’uno con l’altro. «Guarda chi c’è!» è la frase che si sente ripetere più spesso, attorno agli sgabelli del bar del mercato, e non sembra una posa.

 

E poi, alla fine di tutto, c’è come sempre il mare. E per noi che abitiamo questo angolo del mondo da tanti millenni il mare è il «nostro», il Mediterraneo, e a leggere le parole che gli sono state dedicate in questi ultimi mesi direi che nessuno ha saputo raccontare il nostro (di tutti) mare come ha fatto nell’ultimo ventennio Predrag Matvejevic, parlando da una delle grandi penisole che lo invadono, la più tormentata e difficile di tutte, la penisola dei Balcani, che è forse il centro di un lungo discorso che stiamo tutti cercando di farci e di fare, in questi anni, immaginando un futuro che tenga insieme tutte le nostre penisole in mezzo al nostro mare. Il pezzo scritto in questi giorni da Mauro Minervino su Matvejevic è splendido, davvero. Merita una lettura attenta, forse anche due. A un certo punto troverete scritte queste parole, con cui volentieri, anche oggi, vi saluto, ciao:

 

La Calabria è una terra strana, in realtà è quasi un’isola, una passerella alta e stretta tra due mari, un bivio che prepara la strada verso il Mediterraneo profondo, il salto verso la Sicilia. È una terra di confine, uno di questi posti che viene sempre prima o appena dopo che ci si lascia tutto alle spalle. Ma il mare da voi è più vicino alla terra che in tutto il resto d’Italia, e quasi ti viene incontro da tutti i lati, è vicino a tutto, ha qualcosa di dilagante, inarginabile, è il Mediterraneo che illumina anche le montagne, che porta il sale delle onde fin dentro ai boschi, alla grandezza della Sila. Mi piace la Calabria. Sempre dove c’è più mare c’è più luce, c’è più vita, e c’è più disordine. Per me conta molto, è importante il disordine. È una cosa salutare.

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Davide P.
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